Restare umani

Il blog dello Zavattini

Il blog dello Zavattini (7)

Domenica, 24 Febbraio 2019 11:34

IL CORRIERE – THE MULE

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C’è un “Colpevole” che risuona nell’aula dove Earl Stone viene giudicato dalla Corte americana per i suoi crimini contro la legge. Solo Clint Eastwood può scandire con chiarezza e senza indugi quella parola che restituisce dignità e spessore al protagonista, ma anche ad una Nazione intera che come lui sembra smarrita. Earl Stone è vittima di una fragilità che l’anziano attore americano sa restituire con gentile e ruvida coscienza, il suo Paese è in preda ad un più profondo disorientamento dove i nuovi potenti si impadroniscono della ragione abbattendo i valori e calpestando ogni dignità.

Il corriere – the mule (2018), nasce da una storia vera e ancora una volta Eastwood, con il suo carico di esperienze, si misura con un tempo che non comprende e a suo modo confida nella solidità della Nazione, sempre con la sua storia, ridisegnandone i confini. Sembra che il suo cinema, passo dopo passo, ancora a quell’età, sia fatto per interrogarsi, sia fatto per seminare incertezze e scoprire le debolezze umane, gli errori, ma sempre nel cocciuto perseverare nella debolezza dell’errore, segno di una inattesa fragilità, di una manifestazione di quella fatale umanità che ha saputo disseminare nel suo lavoro d’autore.

La lezione di Eastwood continua ad affascinarci e il suo cinema, così classico e intimamente legato a quella stessa storia alla quale egli stesso appartiene e che lo ha fatto grande, si fa forte in questo ultimo film. Eastwood ci porta a spasso con il suo pick up lungo le direttrici di un territorio immenso, magari sconosciuto, le sue traiettorie sembrano ridisegnare la mappa/le mappe di una terra senza più confini, che diventa così piccola e controllabile grazie ad una sempre più invasiva tecnologia. Non è il crimine che Earl compie ad interessare Eastwood, ma la sua capacità di essere riconoscibile come uomo libero, anche come padre mancato, simbolicamente fallito, anche economicamente oltre che come oggetto e soggetto d’amore familiare. Il confronto con il poliziotto, al mattino davanti al caffè, senza sapere che l’uno è in cerca dell’altro, in una sorta di rielaborazione di quell’agognato mondo perfetto, ci riconduce ad una semplicità straordinaria, ad una piccola lezione d’umanità, alla riconciliazione tra desiderio estremo di umanità e vita virtuale che la sostituisce. Un’esistenza sbandata quella di Earl che sembra doversi ricomporre definitivamente nell’estrema unzione finale quando tutto sembra irrimediabilmente irreparabile, ma Earl non nega a se stesso e alla moglie il tentativo disperato di recuperare in poche ore gli errori di una vita intera. Eastwood sa gestire il racconto e aiutato da una formidabile e impagabile Dianne West sembra riordinare, con pochi tocchi, il disordine sentimentale e ogni egoismo del suo personaggio, operazione salvifica ed estrema.

La sua espiazione sarà la prigione che gli spetta da colpevole, non del narcotraffico, ma dalla sua fuga da ogni responsabilità verso la sua famiglia e là, in prigione, tornerà a coltivare i fiori con gli altri detenuti restituendo finalmente ad una collettività quel bene ricevuto e mai ricambiato con adeguata misura. È per questo che Earl è “Colpevole” e quel risuonare della parola sembra rimbalzare dall’aula giudiziaria e colpire l’intero territorio degli Stati Uniti, ogni angolo di quella mappa che il suo vecchio o il suo nuovo pick up carico di cocaina, ridisegna all’insegna di una libertà che costa cara e che nessuna galera potrà redimere o ridurre ad una davvero colpevole sottomissione senza dignità.

(La versione più estesa sul n. 70 di DIARI DI CINECLUB, scaricabile gratuitamente su http://www.cineclubroma.it/diari-di-cineclub-roma/diari-di-cineclub.html)

 

Sabato, 23 Febbraio 2019 17:02

IL PRIMO RE

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Il primo re 4Sulla dicotomia tra mito e leggenda e tra anima devota e anima ribelle, si valorizza il lavoro di Matteo Rovere per un racconto pieno di un fascino subliminale che si struttura grazie ad una ambientazione che ci introduce ad un fantastico mondo arcaico che come sempre ha il sapore di una terrena fantascienza. Il lavoro di scrittura è portato a termine dalla fotografia che illumina il film, affidata alle mani sapienti di Daniele Ciprì che guarda, con grande forza evocativa, alla profondità dei luoghi, ai chiaroscuri di una foresta minacciosa e primitiva.

Il mito di Romolo e Remo e di Roma prima di Roma, costituiscono il punto di partenza di Il primo Re, ma Rovere abbandona da subito il metro del mito e quello di una mitologia libresca per un racconto che diviso tra l’epico e lo spirituale possa aderire ad un progetto così decisivo come quello della fondazione di una città.

Romolo e Remo sono gli spiriti e i corpi sui quali si fonda il futuro di una grande parte dell’umanità. Sulla divisiva dicotomia che vede le origini della città avvolta dall’aura del mito e dalla leggiadria di una leggenda, si apre il futuro dell’Occidente, anch’esso fondato sulla naturale opposizione tra due caratteri. Il corpo muscolare di Remo e quello più fragile e ferito di Romolo, sembrano suggerire la sintesi della diversità e della opposizione sulla quale si sarebbe fondata quella civiltà. La storia ci dirà chi sarà ad affermarsi se lo spirito guerriero, ambizioso e irriguardoso, estremamente laico, ma originariamente superomistico, oppure il pensiero e la ragione, filtrata da una intima religiosità che fanno da contraltare alla superba e irrazionale misura di una ipotetica invincibilità. Roma sembra fondata sul sangue, ma anche su un sacrificio necessario per l’affermazione di un umano sentire e sarà il cuore docilmente impavido di Romolo a prendere il sopravvento per segnare i confini di un nuovo mondo.

I due fratelli, scampati alla furia del Tevere, hanno tracciato il perimetro di una città, ma anche i confini di una nuova umanità. Le immagini di Rovere, hanno un sapore grezzo, misuratamente arcaico per ricreare le tracce di quel tempo così oscuro e sanno scavare in un immaginario che in fondo ci appartiene, ma che non abbiamo sufficientemente esplorato, per ritrovare una iconografia possibile di quel passato che, ci accorgiamo, essere drammaticamente vivente in quella parte occultata della nostra memoria. 

Sabato, 16 Febbraio 2019 21:29

Restare umani

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In questi anni di lavoro, a volte frenetico, a volte più misurato, ma sempre intenso per passione e voglia di guardare e fare guardare i film di cui eravamo e siamo innamorati, abbiamo sempre provato a veicolare un’idea di forte umanità, il cinema, i film, le persone che abbiamo incontrato, se ci hanno colpito è perché al fondo abbiamo riconosciuto in loro quella scintilla di umana condivisione per le cose che ce li hanno fatti sentire vicini.

Oggi si vivono tempi difficili e parlare di cinema sembra quasi una bestemmia. Si vivono tempi difficili perché ormai è dilagante un sempre meno sottile egoismo che ha il solo effetto di recintare le terre, ma non può rinchiudere le idee ed è su questo territorio che bisogna intervenire. Aprire e non chiudere spazi di confronto, occasioni di dibattito, luoghi in cui costruire o almeno provare a costruire, le idee. Si tratta di una cronaca che riguarda anche la nostra regione che da sempre ha guardato all’ospitalità e all’accoglienza come tratto fondante della propria identità. L’accoglienza  che si trasforma in solidarietà e che riscopre, con una sapiente integrazione di culture, forme eccezionali di convivenza non piace ad un pensiero che non è unico, ma è invasivo. Distruggere quel modello di integrazione che aveva costituito un’altra eccellenza calabrese, sembra essere stato l’effetto primo di un sovranismo cieco e sordo, di una politica che con perseverante percorso ha, ancora una volta, bruciato un terreno fertile di idee, esperienze, legami e quindi sentimenti. Troviamo tutto questo incomprensibile ed è per questa ragione che Restare umani!, il titolo della nostra nuova esperienza culturale, diventa una riaffermazione di centralità di quella coscienza che si ribella a ciò che non comprende.

Il cinema è stato in troppe occasioni utilizzato, a destra e a manca, come un utile strumento per il dibattito successivo, un film per parlare di… Si dimentica a volte che il cinema è qualcosa di più complesso di una storia e che la sua consistenza non può essere relegata semplicisticamente alla storia che racconta. A volte viene quindi la voglia di riconquistare la centralità del cinema come forma espressiva complessa e che a prodotto finito diviene autonoma.

A volte, poi, invece, ci si accorge che esiste un cinema che sembra coniugare i due atteggiamenti. Da una parte porta con se un carico di umana verità, compresa quell’area di fallibilità che fa parte della nostra natura e dell’altra si cala letteralmente dentro storie, sicuramente minimali, per raggiungere risultati molto alti in cui l’emergere di un senso collettivo, ma soprattutto di una intima solidarietà umana, diventano le fondamenta sulle quali poggiano i personaggi e la storia alla quale assistiamo. Quando questa umanità emerge il cinema si fa magico e comprendiamo fino in fondo la profonda simbiosi con la vita che viviamo e comprendiamo la genialità di Woody Allen che con La rosa purpurea del Cairo, abbatte lo steccato dello schermo affinché il suo protagonista fatto di ombra, si confonda con il genere umano.

È così che vorremmo che si vivessero le storie che i registi che si sono cimentati e che abbiamo scelto, ci hanno raccontato con questi nove film e con il decimo che costituirà un evento speciale di questa rassegna.

C’era bisogno, in questo momento, che venisse aperta una finestra sulla centralità di una umanità che dalle cronache ci pare dimenticata, che venisse, al contempo e per converso, allontanato ogni egoismo che ci urla quotidianamente dalla televisione, c’era bisogno che il nostro Circolo riscoprisse anche il calore benefico di una umanità che non ha voce e che ritorna dalle cronache e dalle immagini, per riaffermare la necessità di una attenzione.

In fondo si tratta solo di dare conferma a quel senso di responsabilità che risponde ad un’etica non eludibile, che si accompagna ad una coscienza che prova a rimanere, pur nel chiasso e nella confusione, sensibile e sempre vigile.

Ci siamo accinti, dunque, dopo una forzata sosta che abbiamo riempito, speriamo egregiamente, con una edizione davvero cruciale di Visioni di cine(ma) indipendente, a preparare questa nuova rassegna con questo animo, con questo scopo.

Questa rassegna, secondo un patto non scritto, avrebbe dovuto essere composta da piccole e dimenticate opere, più che nelle altre occasioni, da quel cinema davvero invisibile e sconosciuto che fosse però carico e brillasse di quella umanità viva di cui sentivamo e sentiamo una assoluta necessità. Abbiamo così con queste dieci opere riscoperto la forza di immagini che parlano al cuore più che al cervello, che ne ascoltano i sussulti e riescono a tradurli in un cinema che sembra davvero doverci appartenere, per storia e cultura.

Cominceremo con un evento, un evento dei nostri, anzi, quando leggerete queste righe l’evento sarà già bello che in corso.

Antonio Moresco è uno dei massimi, se non il massimo scrittore italiano vivente. Mantovano d’origine e figura centrale della cultura italiana, schivo per natura e lontano dai clamori letterari. La lucina del 2013 è un suo piccolo grande romanzo. Da questo libro i nostri amici Fabio Badolato e Jonny Costantino hanno tratto l’omonimo film che non solo traduce in immagini il senso della narrazione, ma restituisce lo smarrimento e lo sgomento della solitudine accidentata dell’esistenza, l’ansia di conoscenza e il brivido finale di in inintellegibile disegno superiore. La presenza dei due registi e quella di Antonio Moresco oltre ad attribuire un enorme valore aggiunto all’occasione, servirà ai soci per entrare ancora di più non solo nel racconto del film, ma nell’universo narrativo di Moresco che mantiene, pur nella complessa architettura della sua narrazione, il senso profondo di una coscienza in tumulto, di una ricerca incessante di riaffermazione di una umanità che pare doversi estinguere. Un migliore approfondimento sulla sua figura di intellettuale e scrittore fa parte di questo stesso Catalogo. Jonny Costantino, già nostro ospite in una delle prime edizioni di Visioni di cine(ma) indipendente sarà un graditissimo ritorno, sebbene non si siano mai interrotti i contatti e daremo il benvenuto a Fabio Badolato che per la prima volta avremo come ospite dopo avere visto i suoi film nati dalla collaborazione con Costantino. I nostri registi, conterranei calabresi, ma da anni ormai al lavoro altrove, perseguono da tempo con la loro BACO un cinema personale e indipendente che a nessun altro deve rispondere se non alle proprie esigenze. La lucina nasce da queste stesse coordinate e si nutre delle medesime emozioni.

Non sarebbe stato possibile, in questa rassegna, escludere dal novero un film, incredibilmente invisibile, come Santiago, Italia di Nanni Moretti. Film di chiusura al Festival di Torino 2018, Santiago, Italia racconta dei primi mesi della dittatura in Cile nel 1973 e del ruolo cruciale che l’Ambasciata italiana ebbe in quell’occasione per salvare vite umane. Lo stile morettiano si riversa anche in questa storia che è solo apparentemente lontana nel tempo, riportandoci drammaticamente al nostro presente, lasciandoci perdenti e disarmati davanti ad una specie di impotenza che attraversa con forza i nostri sentimenti.

In quello stesso 1973 in Uruguay, un altro colpo di Stato mutilava quel Paese della democrazia. Organizzazioni clandestine di oppositori al regime lavoravano nell’ombra per restaurare la democrazia. Una notte di 12 anni, di Álvaro Brechner è il racconto della detenzione di tre appartenenti alle formazioni dei Tupamaros che si opponevano al regime. Un film intimo, doloroso, ma anche capace di una sottile e insinuante ironia che non si disperde nella bella tessitura narrativa.

Al suo secondo lungometraggio, dopo Into paradiso, la milanese Paola Randi con Tito e gli alieni

mette a segno un film che fa della sua originalità il punto di forza. Portato per mano da un ispirato Valerio Mastandrea, il film è una commedia lunare (è il caso di dirlo) che si regge su una vena di fantascienza e su tracce di surrealismo per offrire al suo pubblico il piccolo spettacolo di un’umanità smarrita, ma fiduciosa. Un film lontano dai rumori di una civiltà chiassosa.

Le nostre battaglie di Guillaume Senez, in corsa al TFF2018 nella sezione principale, ha vinto il premio della sceneggiatura e del pubblico. Il belga Senez ha firmato un film calato in un realismo che si fa vincente per la forza della sua espressività e ha diretto un cast di attori che ha saputo dare corpo allo smarrimento di un lavoro che si fa sempre più precario e di una famiglia in bilico. Un cinema che assomiglia a quello dei fratelli Dardenne e che parte sicuramente da una attenta osservazione di una quotidiana cronaca.

Chi dei soci ricorda Un mercoledì di maggio, proposto in rassegna ormai due anni fa, ricorderà anche lo stile teso e incalzante del suo racconto. Non si discosta troppo da quei canoni anche questo piccolo film che ancora una volta prende le mosse da un quasi banale incidente che via via diventa qualcosa di più che un trascurabile evento. Al centro del racconto però il senso di responsabilità, il dubbio che lo accompagna. Un film che ci porta in zone ben note alle nostre coscienze gettando una luce su quelle ombre che ci inquietano e ci riportano al nostro essere umani.

The constitution del croato Rajko Grlic è un film di una semplicità quasi disarmante. La sua struttura lineare, sebbene con molte scosse narrative, non ci fa riconsiderare l’opinione. Il tema è quello di una intolleranza diffusa che non è superata neppure quando l’intollerante è vittima, a sua volta, di altro tipo di fazioso odio. Le direttrici narrative di The constitution sono numerose e Grlic sa dominarle mettendo la propria regia a servizio dei personaggi. Ritrovare una (im)possibile solidarietà è la difficile missione che lo stesso autore si assegna.

È del rumeno Adrian Sitaru il penultimo film in rassegna. Fixeur arriva otto anni dopo l’esordio del regista sulla scena internazionale con u film dal titolo Pesca sportiva. Anche in questo film, come nell’altro, i temi sono quelli che coinvolgono la morale, la responsabilità dei comportamenti. Sitaru adattando una storia vera ci obbliga a prendere posizione sul limite o il non limite dell’informazione, agendo su quella linea di confine che separa il diritto all’informazione dalla morbosa e invasiva curiosità di guardare dentro un orrore che però vogliamo (o almeno ci proviamo) a tenere distante da noi.

Molti film ci hanno parlato della necessità di fare cinema. Pochi film, invece, ci hanno raccontato dell’esigenza di continuare a provare a fare cinema ricercato e con intenti d’arte sotto le bombe. È quello che provano a fare con ostinazione Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub con Still recording. Il film nasce da oltre 450 ore di girato durante l’assedio di Damasco tra Ghouta e Douma. Il film dei due artisti diventa una testimonianza straordinaria non solo di quell’estenuante conflitto, ma anche una riflessione sulla ipotesi di lavorare con il cinema coltivando intenzioni artistiche anche sotto le bombe. 

Questa una panoramica dei nove film in rassegna con i quali abbiamo voluto riflettere sulla assoluta necessità di mantenere fermi alcuni principi etici connaturati ad un pensiero che sia anche aperto e solidale. Un fiorire di iniziative, in questi mesi difficili, hanno più volte sottolineato, pur nell’assenza costante dei media, una costante opposizione ad un pensiero che sembra dominante e che vuole rinchiudere il futuro dentro le gabbie strette di un egoismo illimitato.

Il cinema continua a riflettere su questi temi e ci riflette molto bene il tedesco Wolfgang Fischer con il suo Styx che il Circolo ha deciso di proiettare, in collaborazione con la Casa di distribuzione Cineclub Internazionale di Paolo Minuto in una serata evento, fuori abbonamento, che però idealmente chiude questa nostra rassegna con la quale si è provato a dare forma ad un pensiero, anche critico. È il compito che ci siamo assegnati ed è il compito che il senso di responsabilità che ci guida ci assegna giorno dopo giorno.

È questa la prima rassegna senza Francesca. Lo abbiamo detto, lo abbiamo scritto e ancora non possiamo rassegnarci, non possiamo pensare alla mancanza del suo pensiero critico, del suo essere sempre solidale con il nostro percorso e con noi speranzosi di una sua approvazione. Continueremo a lavorare nel segno di questa ininterrotta comunicazione, di questo non finito sodalizio culturale, di questa amicizia che durerà per sempre.

Qualcun altro, in questi mesi ci ha lasciato, una persona che ci seguiva con affetto, con curiosità anche senile, che ci faceva giungere pur nelle sue sofferenze degli ultimi tempi l’incoraggiamento di cui abbiamo bisogno. Vogliamo ringraziare la sig.ra Francesca che ha condiviso con noi e i nostri film tante serate che non saranno dimenticate.

Tonino De Pace

… sono giorni di finestre adornate

canti di stagione
anime salve in terra e in mare
sono state giornate furibonde
senza atti d'amore

senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo…

Anime salve, F. De Andrè/I. Fossati, 1999

 

Certo
Chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l'oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare

Com’è profondo il mare, L. Dalla, 1977

 

«Czarne oczka co płaczecie,
 że się spotkać nie możecie
Że się spotkać nie możecie, łojojoj /
Questi occhi neri che piangono,
che non possono incontrarti di nuovo
che non possono incontrarti di nuovo»
Dwa Serduszka

Di cosa parlano le storie, i canti, i film, le musiche, le opere in generale? La risposta in polacco risiede nella parola serce che significa cuore e che nel film di Pawlikowski viene pronunciata quasi subito da un’invernale ed enigmatica ragazza bionda di nome Zula.

cold warNonostante l’energia magnetica emanata dal viso di Joanna Kuling che la interpreta, durante un’audizione in cui canta un brano che inizia proprio con la parola serce, a renderla particolarmente affascinante è il modo sorridente di guardarla di Tomasz Kot (Wiktor), il musicista incaricato di riconoscere giovani talenti. Così prende avvio Cold war: un film che potrebbe tranquillamente rinunciare ad ogni dialogo che lo compone e scorrere ugualmente armonico in balia della musica – più precisamente del canto – e degli sguardi di Zula e Wiktor, l’uomo e la donna che formano la coppia di attori principali dell’opera.

Il canto ha il potere di svelare la natura intima di una lingua e spesso nasce nei luoghi più vicini alla terra, al suolo storico dove pulsa il sangue di un popolo. I canti popolari rappresentano, non a caso, uno spazio unico dove si rende possibile l’esternazione e la narrazione di qualcosa che spesso non può che essere cantato.

Cold war inizia e finisce in Polonia come suggerisce l’aggettivo inglese che lascia quasi percepire il clima freddo della nazione e si ambienta sulla soglia degli anni cinquanta del Novecento, conducendo lo spettatore ad intravedere molte delle impossibilità che hanno caratterizzato quel momento del secolo passato in più zone d’Europa. Mentre scorrono le dinamiche storiche, politiche e sociali della Polonia socialista del dopo guerra – ad occhi chiusi, adagiati sul vento che accarezza l’erba e dediti ad interrompere solo a volte il silenzio naturale dell’ambiente – Zula e Wiktor si promettono di essere insieme ovunque e fino alla fine del mondo, si promettono quello che è assolutamente richiesto agli amanti: di darsi interamente e senza fine come è necessario e impossibile fare.

Questo impegno emotivo del tutto spontaneo e a tratti inevitabile, appare sullo schermo come su uno sfondo vuoto di realtà; quando al centro delle riprese ci sono Zula e Viktor si ha quasi l’impressione di non essere più in Polonia, a Berlino o a Parigi, sembra di essere oltre la storia, oltre le cose, gli edifici, le ideologie o i doveri sociali. Si ha l’impressione di valicare quella soglia fragile ed invincibile dopo la quale si è soli e solo due come richiede tipicamente l’amore, soprattutto nei momenti in cui gli è dato di essere pieno e fluente come il corso d’acqua in cui si bagna Zula riprendendo a cantare la parola serce.

Il dualismo profondo e doloroso che rappresentano Zula e Wiktor si sviluppa in frammenti di vicinanza solo sfiorata, in allontanamenti di spalle come tentativi di lasciarsi indietro mondi e in brevi ritrovamenti che esplodono cauti solo in abbracci sfiniti. La loro è una storia d’amore tragica come – forse – lo è ogni storia d’amore che, secondo la sua natura, richiede di oltrepassare un confine; in un cammino per due è davvero difficile trovarsi alla stessa frontiera al tempo giusto e quando tutte le barriere sono davvero svanite.

Pawel Pawlikowski che di barriere psicologiche e sociali ci aveva già magistralmente mostrato molto con Ida, riesce adesso a proporre una narrazione per immagini che riempie il doppio livello della storia. Ciò che è identificabile per concetti riguardo alle vicende di relazione e potere più grandi, è reso con radicale coinvolgimento emotivo attraverso una piccola storia enorme. Il tempo e il mondo come nemici dell’amore più esigente ci accompagnano per le vie in cui le interiorità di Zula e Viktor si ritrovano sempre più scordate.

È così che quegli occhi giovanili e sornioni che conosciamo all’inizio del film li ritroviamo stanchi e perduti quando capiscono che il tempo e il luogo che avevano cercato ed atteso, ovunque e per sempre, non è che da un’altra parte.

Stefania Guglielmo

Venerdì, 04 Gennaio 2019 09:48

ECHI

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“Mutilavano braccia e gambe delle vittime, che erano consenzienti nonostante a volte finissero in sedia a rotelle, sostenendo che quelle lesioni erano la conseguenza di incidenti stradali, in modo da poter poi truffare le assicurazioni. Tra le vittime soprattutto malati e tossicodipendenti - Le vittime delle due organizzazioni erano per lo più soggetti ai margini della società: tossicodipendenti, persone con problemi mentali o dipendenti dall'alcol, soggetti in grave difficoltà economica, che attratti dalla promessa, mai mantenuta, di ricevere del denaro, davano il loro consenso a subire ogni tipo di violenza. Dalle indagini è emerso che in alcune situazioni i membri delle associazioni criminali somministravano in maniera rudimentale dosi di anestetico alle vittime, per tentare di ridurre e attenuare il dolore delle mutilazioni subite.”

Questa potrebbe essere la sinossi del film “Pietà” di K.K.Dook, Orso d’oro del 2013, ma è invece parte di una notizia di cronaca nostrana apparsa on-line l’8 agosto 2018 su TGCOM 24: storia nera e truce dei nostri giorni e non finzione come quella filmata dal regista coreano cinque anni prima, dalla quale sembra averne mutuato il misfatto, a conferma di quanto sia contemporaneo l’aforisma di O. Wilde secondo cui “la natura imita ciò che l’opera d’arte propone”.

La notizia sopra riportata, pur sconcertando, fa parte quindi della infinita narrazione nella quale ci siamo infilati sino al punto di non riconoscere il confine tra vero e falso, o per dirla con J. Baudrillard, i fatti   dai suoi simulacri. Ciò che realmente accade sembra oramai aver ceduto il posto ad immagini più vere del vero (il simulacro), più seducenti e spettacolari della realtà stessa che le ha generate. E’  avvenuto veramente l’attacco aereo su Baghdad nella prima guerra del Golfo del 1991, si chiedeva a suo tempo il pensatore francese, o le immagini della contraerea irachena era una spettacolarizzazione televisiva costruita ad arte a dimostrazione di come un evento storico possa essere manipolato?

Per estensione della percezione vero/falso appena citata, ma rimanendo in ambito cinematografico, possiamo persino chiederci se la vicenda del “Canaro della Magliana”, anno 1988, resta ancora credibile perché testimoniata a suo tempo dallo stesso “torturatore” De Negri agli inquirenti o ci appare oggi più plausibile la rivisitazione nel “Dogman”(2018) di Matteo Garrone che (liberamente) ne riscrive il profilo del personaggio e il deserto umano dove matura l’omicidio? Se l’effetto manipolazione appartiene alla natura del Cinema, quanto può quest’ultimo modificare la percezione che abbiamo su verità assodate, se poi ne condividiamo il ribaltamento dal vero al falso o viceversa dove il mostro allora  ci appare  diverso persino  simile a noi per indole e gentilezza?

Chiariamo subito che neppure in Dogman il suo protagonista è assolto né può rimanere impunito proprio perché il sangue versato (con o senza tortura) non può che estinguersi con la pena, eppure dalla visione del film avvertiamo una verità altra, sospesa, diversa da quella giornalistico-giudiziaria che già conoscevamo, una verità che appartiene al non-detto al non- pronunciabile né riconducibile alla sola narrazione del “canaro” e al suo tormentato racconto. Una verità che urlata nel buio si trasforma in eco, nel vuoto reale creato da una comunità indifferente al suo disperato richiamo.

Sono le immagini grigie del film, più eloquenti del testo, a renderci paradossalmente più chiara e vera la storia, quelle immagini capaci di intorbidire uomini e cose sin giù nel profondo del fondale marino prospiciente alla terraferma, trasformata in un unico pantano. Vivere lì, come vuole Marcello, parrucchiere per cani, cercando di “pettinare” altre vite contro-pelo è certamente impresa più ardua del rendere mansueti i molossi affidatigli, né può bastare il dono della grazia per le creature indifese, a esentarlo dall’offesa gratuita e dalla violenza bestiale che lo renderà vittima e carnefice.

Quella palude, in cui riconosciamo gran parte dell’attuale Storia italiana, obbliga non solo Marcello ma una intera comunità a rimanere in apnea e nel silenzio complice, squarciato solo dal ringhiare di uomini e cani.  Quell’assordante silenzio intervallato dalle urla di Marcello al quale tornano solo echi lontani ed indistinti di una comunità altrettanto colpevole ma schiva non solo al riconoscimento del sacrificio “collettivo” ma neppure al più semplice sentimento di umana condivisione. Resta, allora,  soltanto la muta solitudine scolpita sul volto dell’attore in quei lunghi minuti finali del film che restituiscono a Garrone  e a tutto il cinema italiano una forza tale da poter essere riconosciuta dalla critica internazionale, quella sì capace, di rispondere favorevolmente  agli echi dell’incredibile protagonista.

E di echi e di immagini, si nutre questo cinema. Voci basse che non hanno risposte e ci rimandano a diritti schiacciati o verità nascoste che solo la forza dello schermo a volte svela o anticipa, altre volte ricostruisce secondo quel “miracolo” che per Godard è il montaggio.

Diversi echi, diverse voci ascoltiamo ne “La casa sul mare” di Robert Guédiguian.

Non siamo più nel pantano di Dogman, tutt’altro, in uno scenario invidiabile, dove un gruppo familiare borghese e progressista è riunito nella vecchia casa del padre per assisterlo nella grave malattia che lo ha colpito. La malattia, però, con la quale devono fare i conti, non è solo quella dell’anziano padre, ma è un malessere più subdolo che viene da lontano e ha scavato nel profondo tutti i componenti  e persino  altri vecchi abitanti del borgo. Sono nodi dolorosi , frutto di perdite insanabili che il presente non riesce più a colmare, a tormentarne le esistenze.  Dimenticare le cose belle dando forse un taglio netto e avere il coraggio di abbandonare definitivamente quei luoghi dove la vita è diventata impietosa, sembra l’unica risposta al destino di una comunità un tempo felice, e che ora non osa esercitare neppure la memoria di quei tempi andati.

E così mentre aleggia l’ennesima sconfitta dei singoli protagonisti e la voglia di abbandono, l’evento che riesce a mutare quell’area mortifera, si concretizza nell’improvviso arrivo di piccoli naufraghi clandestini che, invece, in quel pezzo di terra hanno trovato riparo per se stessi e il luogo dove seppellire il piccolo fratellino annegato.

Se la Casa sul Mare ideata dall’anziano padre sembrava allora aver concluso il suo percorso di costruzione di vite libere (come quelle del borgo), l’arrivo dei piccoli naufraghi restituisce a quella stessa idea una storia e una nuova vita, altrettanto meritevole di essere percorsa. Una vita nuda e coraggiosa, per questo degna, dalla quale potere ripartire, una vita- contro che ha nomi di bambini stranieri e profughi, sulle cui giovani vite però si intuisce l’ultima scommessa per restare tutti vivi. 

Quelle voci all’unisono verso l’alto, a richiamo di chi non c’è più, di chi ci ha lasciato suo malgrado, è pari ad una preghiera urlata in un finale corale sempre più forte, che vuole svegliare coscienze sopite e restituire un nuovo senso a quei luoghi, a chi è rimasto, a quanti sono arrivati. Metafora di questa vecchia Europa davanti al bivio tra declino o rinascita? Forse no. Forse si.

Martedì, 19 Giugno 2018 14:23

L'onda nera del razzismo

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L’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa, dall’Ungheria all’Austria, dalla Polonia alla Slovenia travolge oggi anche il nostro Paese. Il volto più noto di questo razzismo nostrano è certamente Matteo Salvini, segretario della Lega e oggi Ministro degli Interni nel nuovo governo giallo-verde (non dimentichiamoci che Salvini è consigliato da Bannon, ex-consigliere di Trump e portabandiere dell’ultra destra sovranista mondiale!). E in queste prime settimane di governo giallo-verde, Salvini ha subito rivelato la sua strategia politica con degli slogan che fanno paura. «È finita la pacchia dei migranti», «i clandestini devono fare le valigie, se ne devono andare», «nessun vice-scafista deve attraccare nei porti italiani», «siamo sotto attacco e chiediamo alla Nato di difendersi dai migranti e terroristi», «l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa». Pesante l’attacco contro la Tunisia come Paese «esportatore di galeotti». La politica leghista vuole creare «più centri di espulsione» per sbarazzarsi di 500mila irregolari rimandandoli ai loro Paesi. Pesanti le parole del Ministro degli Interni contro il sindaco Mimmo Lucano che ha fatto rifiorire il paese di Riace (Calabria) accogliendo migranti: «È lo zero!».
Altrettanto dura la politica del Ministro degli Interni contro i rom: vuole smantellare i loro campi con le ruspe e attuare quanto concordato nel Contratto di governo: «L’obbligo della frequenza scolastica, pena la perdita della responsabilità e potestà genitoriale». Siamo alle Leggi speciali per i rom?
Inoltre egli promette il pugno duro per la sicurezza e il decoro urbano, a spese dei senza fissa dimora, dei poveri, degli ultimi.
Il Segretario della Lega è passato subito dalle parole ai fatti con il rifiuto alla nave Aquarius, che portava oltre 600 migranti, di attraccare ai porti italiani. Un atto vergognoso giocato sulla pelle dei poveri, ma anche illegale perché viola la nostra Costituzione e i trattati internazionali firmati dall’Italia “sulla ricerca e salvataggio marittimo”.
È ormai Salvini che impazza a tutto campo, mentre i 5 Stelle sono già prigionieri del campo di forza della Lega che ha sempre più consensi alla base e riceve gli elogi di Bannon e di Marine Le Pen e del gruppo di Visegrad. Dobbiamo riconoscerlo: siamo davanti a un “razzismo di Stato” preparato in questo ventennio da leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Maroni, la realpolitik di Minniti e da un crescente razzismo degli italiani.
È un fenomeno questo che ci interpella tutti: società civile, cittadinanza attiva, movimenti popolari, Chiese, comunità cristiane. Come missionario mi appello per primo alla Chiesa italiana perché faccia un serio esame di coscienza cercando di capire quanto i cristiani abbiano contribuito a questo disastro. È mai possibile che le nostre comunità abbiano dimenticato quelle parole così chiare di Gesù: «Ero affamato... ero assetato… ero forestiero… e non mi avete accolto»? Non è forse questo il momento più opportuno per aprire le nostre comunità ad accogliere coloro che sono minacciati di espulsione? A che cosa servono i conventi o le case religiose se non ad accogliere coloro che la società opulenta non vuole? Dovrebbe farci pensare che negli Usa tante chiese e comunità cristiane si siano dichiarate sanctuary, luoghi di rifugio per coloro che Trump (altro razzista!) ha deciso di deportare ai loro Paesi dove rischiano la vita! Non è forse il momento in cui lanciare il Sanctuary movement anche in Italia per salvare tanti migranti da morte sicura? È mai possibile che negli Usa lo stato della California si sia dichiarato “santuario” per gli irregolari che Trump vuole espellere e in Italia nessuna comunità cristiana ancora abbia fatto un tale passo?
Mi appello alla cittadinanza attiva di questo Paese, perché in fretta crei gli anticorpi per reagire al fascio-leghismo nostrano. È fondamentale imbroccare seriamente la strada della disobbedienza civile per tutte quelle leggi che disumanizzano i nostri fratelli e disumanizzano anche noi. «Una legge che degrada la personalità umana è ingiusta», scriveva dal carcere di Birmingham,Martin Luther King. «I primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano», scriveva ancora King. Allora la Chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato che trasformava il costume della società.
Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”. Ma i cristiani non cedettero, chiamati ad obbedire a Dio e non agli uomini. È questo lo spirito che deve ritornare ad animare le comunità cristiane per poter sconfiggere, insieme a tanti uomini di buona volontà, l’onda nera del razzismo e xenofobia che ci sta travolgendo. Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, memori di quanto afferma il danese Kaj Munk, pastore luterano anti-nazista, ucciso come un cane nel 1944: «Quello che a noi manca è una Santa collera!»
Alex Zanottelli
Napoli,15 giugno 2018
Martedì, 19 Giugno 2018 14:21

A proposito del Teatro Siracusa

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In una città impoverita negli anni di spazi per la cultura, l'annunciata perdita dello storico Politeama Siracusa sottrae ulteriormente possibilità di espressione alle associazioni culturali, lavoro per chi opera nel settore e occasioni di crescita culturale per la comunità.
 
Il Circolo del Cinema "Cesare Zavattini" nei suoi 25 anni di attività ha messo al centro della propria politica culturale l'annosa questione dei luoghi per la cultura, alienati o tuttora non fruibili (Arena Lido, Centro Polifunzionale delle Associazioni, Teatro di Gallico, Cipresseto, etc.) e la proposizione di nuovi spazi.
Nella consapevolezza che la crescita culturale delle collettività costituisca uno dei principali antidoti, a lento rilascio, contro ogni forma di illegalità e nel contempo una straordinaria occasione di nuove economie, auspichiamo un impegno concreto da parte di tutte le istituzioni.
 
La Città Metropolitana voglia aprirsi a nuove visioni di politica culturale, la Regione Calabria voglia riconsiderare la possibilità di un proprio impegno a favore della città, e anche istituzioni private come la Camera di Commercio vogliano sostenere questo progetto con il necessario "entusiasmo civile".
 
Un appello va rivolto anche alla proprietà del Politeama Siracusa affinché voglia considerare eventuali nuovi scenari con la sensibilità dimostrata sinora, anche con l'avvenuta richiesta di vincolo della destinazione d'uso dello storico teatro.

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