La collina della libertà, Personal Shopper e It Follows, sono tre lavori di altrettanti registi la cui assonanza è individuabile nel tema che abbiamo proposto di chiamare “le declinazioni dell’altro”. ci sembra che questi tre film - sebbene con presupposti, metodi e strumenti caratteristici - dimostrino una certa dedizione al confine e che questa sia volta, in tutti e tre i casi, alla promozione di una riflessione che muove dall’altro verso il proprio.

La collina della libertà l’incipit di questo movimento è dato dal film di Hong Sang-soo che fa pensare subito al fatto che se è vero che gli uomini sono esseri pieni di desiderio, è pur vero che per gran parte del tempo desiderano inevitabilmente qualcosa che non c’è, tanto che come suggerisce Mori, protagonista del primo film di questo ciclo, «divertirsi non è una cosa semplice quando non ci si sente felici».

Hong Sang-soo ci consegna un piccolo fiore delicato che intitola Jayueui onduk (letteralmente La collina della libertà) e che riesce in poco più di sessanta minuti a riempire le vie percettive dello spettatore di semplicità e malinconia.

Questo film ci mostra la possibilità esplicata di tenere un altro dentro di noi ed insieme suggerisce che la libertà alberga di casa in questo tipo di evento. l’opera rende chiaro come l’esistenza si muova dentro un tempo che spazia altalenante tra la soggettività e la contingenza delle occasioni, degli incontri e delle circostanze; essa ci vede fin dall’inizio mescolati insieme a numerosi altri tra i volti dei quali ci mettiamo alla ricerca dell’unicità che più ci appartiene. In questa avventura, così fondamentale per essere felici, non abbiamo che la possibilità di inviare dei messaggi, degli appelli rivolti all’altro, che lo chiamino a venire, ad incontrarci, ad ascoltarci, a rimanere.

Quello che maggiormente Hong Sang-soo trasmette è che il fattore davvero essenziale di ogni invio all’altro non è che l’invio stesso: più del destinatario, più del mittente, più della correttezza dell’indirizzo e dei tempi di consegna, a volte basta essersi spediti, cercare così l’altro, rimanere finanche a pensarlo nonostante i timori che una vita perlopiù indipendente dalle nostre scelte può riuscire ad incuterci.

La libertà, infatti, sembra declinarsi innanzitutto come libertà rispetto alla paura, anche a quella più ancestrale, e viene suggerita come ciò che può avvenire lungo una collina, quando ci si ritrova ad osservare i fiori o gli alberi e ci si sente un tutt’uno con essi, con il loro tempo soprattutto. Sono proprio questo genere di momenti in cui si può addirittura sognare, per esempio di abbracciare quell’altro che si stava cercando, mentre si avanza nel cammino verso casa, sentendosi davvero al sicuro. E una volta svegli, ci si chiederà? Una volta svegli, la percezione di una libertà sognata potrà, forse, consolare la nostra vita anche laddove l’altro che ci è vicino non c’è o non è chi avevamo immaginato.

Personal Shopper Il film di assayas è un frammezzo o, meglio, è il frammezzo continuamente interrotto in cui si svolge; è un film sull’altro, inteso come ciò che residua al nostro mondo e ciò che residua nel nostro mondo, ma è soprattutto un film sulla fenomenologia negativa di tutto questo. che cosa vuol dire fenomenologia negativa? Non molto in realtà, anzi si dovrebbe di diritto definire un termine imperfetto, impreciso e finche sconnesso, ciò nonostante è adatto a questo lavoro a cui si potrebbero attribuire, forse, le stesse caratterizzazioni; inoltre, come descrivere altrimenti un’opera che si incentra su ciò che non può essere ripreso, su ciò che sì, si manifesta ma nelle declinazioni del “non”: della non-presenza, della non-visibilità, della non-comprensività?

L’altro, qualsiasi ente esso sia, può declinarsi svariatamente come questo trittico di film dimostra e come si può altresì evincere in altre opere di questa stessa rassegna, anzi andiamo oltre e diciamo che tutto il cinema non è che una declinazione delle diverse forme dell’altro. L’operazione di oliver assayas tuttavia - che era già iniziata con il film Sils Maria sebbene all’interno di una diversa semantica simbolica - differisce dal consueto dal momento che è dedita alle declinazioni dell’altro più inquietanti proprio perché incoglibili, solo percepite, così vacue da rimanere bloccate nel mezzo di dimensioni separate e non-identificabili.

Come vedremo, non è ben chiaro se queste dimensioni siano dentro o fuori di noi proprio perché manchevoli di confini; la tendenza spiritualista e i desideri corporei o legati all’apparenza che ognuno di noi conosce nell’arco della sua esistenza possono rappresentare (e nel film lo fanno) un appiglio narrativo esemplificativo del più ampio sistema decisamente non-univoco di sensi e di segni che reggono questo tipo di cinema. È chiaro che una simile tipologia di discorso comporta delle difficoltà non banalmente superabili sia nell’atto di scrivere una scheda che dovrebbe introdurre alla visione di Personal Shopper, sia ancor di più nell’atto della sua fruizione vera e propria.

Queste innegabili difficoltà esistono e possono disturbare o appesantire, ma la riuscita di questa proposta ritengo si giochi tutta nella scelta di accettarle o meno: il film di Assayas consiste proprio in veloci variazioni di circostanze che, però, vedono sempre e solo Kristen Stewart nel mezzo di sensazioni, evidenze, osservazioni ed eventi che la mettono profondamente in difficoltà ed insieme a lei conducono lo spettatore - sempre e solo lui - in un’esperienza così vicina all’ignoto e all’illogico da suscitare appropriatamente anche il rifiuto.

In fondo, però, le nostre possibilità di percezioni sono così complesse e talvolta inesplorate che sarebbe un vero peccato pretendere la stessa forma di appagamento ogni volta che si entra al cinema. che abbia pensato anche a questo il nostro assayas? cos’è che veramente si rifiuta: il suo cinema dell’altro o solo noi stessi? agli spettatori l’ardua sentenza.

It Follows Se per La collina della libertà abbiamo accennato alla paura che le declinazioni dell’altro possono suscitare e se per descrivere Personal Shopper siamo ricorsi alla dimensione dell’ignoto, adesso, dobbiamo ammettere che It Follows di David Robert Mitchell è un film che si concentra esattamente sulla declinazione dell’altro che ci fa più paura in quanto totalmente ed immutabilmente ignoto.

Durante la visione dell’opera, non sarà difficile percepire che c’è qualcosa che ci insegue minacciandoci al livello più essenziale di cui disponiamo, c’è qualcosa che si palesa nelle sembianze di un estraneo o di una persona cara, facendo perdere significato a tutto e restituendoci urgentemente e costantemente dinnanzi all’eventualità della nostra fine. Questo qual cosa è la minaccia più grande a cui siamo sottoposti tutti, ma ognuno per conto proprio, è la certezza che siamo finiti, che un giorno, tra l’altro indefinito, noi, ognuno per sé, non ci saremo più.

Cosa potrebbe suscitare maggiormente orrore se non il totalmente altro dal nostro essere, dal nostro esistere, dal nostro trovarci qui? Cosa diventeremmo davanti a questa terribile angoscia se non potessimo liberarcene mai durante la vita e, anzi, essa tornasse a palesarsi nei volti di chi abita la nostra familiarità? Esisterebbe un male maggiore di questo, qualcosa capace di renderci più vulnerabili?

Forse no, allora un horror non avrebbe potuto che incentrarsi su un tema migliore: un tema senza tempo, senza finzione, legato alle basi ontologiche del nostro essere.
Come possiamo immaginare altro da ciò che viviamo, esperiamo, sentiamo se anche le nostre immagini non esistono fuori dallo spazio e dal tempo della nostra esperienza? Questa possibilità così urgente e incomunicabile ci riguarda da vicino, così da vicino tanto da porsi come l’unica cosa che non possiamo cedere: la morte di un altro non sarà mai la nostra morte; allora come fare a continuare a vivere e ad essere progettualità?

Ritengo che It Follows si limiti volutamente a porci questa domanda, in modo neutro come in qualche misura già evoca il pronome It nel titolo del film, presentandoci un orrore fisiologico e inserendoci in un inseguimento con l’altro in cui siamo singolarmente destinati ad affrontarlo.

Stefania Guglielmo