Restare umani

STILL RECORDING

TITOLO ORIGINALE: Lissa ammetsajjel

REGIA, SOGGETTO: Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub

FOTOGRAFIA: Saeed Al Batal, Milad Amin, Raafat Bayram, Ghiath Bayram, Abdel Rahman Najjar

MONTAGGIO: Qutaiba Barhamji, Raya Yamashi

PRODUZIONE: Bidayyat for Audiovisual Arts, in collaborazione con Films de Force Majeure, Blinker Filmproduktion Gmbh

DISTRIBUZIONE: Reading Bloom, Kama Productions

Siria\Libano\Qatar\Francia\Germania, 2018

DURATA: 116'

RICONOSCIMENTI

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2018: Premio del pubblico Sun Film Group

alla 33. Settimana Internazionale della Critica

Designato Film della Critica dal SNCCI - Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani 

Il conflitto Siriano ha causato più di 12000 vittime, tra queste circa 1500 bambini.

still recording locandinaSaeed Al Batal e Ghiath Ayoub, col loro film, ci accompagnano dentro questa guerra. Una guerra reale, dove le armi uccidono e le bombe esplodono martoriando corpi. I morti sono cadaveri veri. Il sangue, che rimane lì per non dimenticare, è vero sangue. Ci viene mostrato il conflitto in modo diretto, un documento reale sulla guerra civile in Siria. La macchina da presa è uno strumento di cronaca e grazie alla sua presa diretta, ci rende partecipi alle azioni, consapevoli che le immagini sono reali, non finzione.

Still Recording letteralmente significa continuare a registrare, lasciare che la macchina da presa riprenda ininterrottamente. Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub, infatti, registrano tutto quello che si trovano davanti: in 120 minuti - su un totale di 450 ore di riprese - i due cineasti raccontano la guerra in Siria, uno dei conflitti più lunghi e atroci dal dopoguerra ad oggi, in modo diretto, partecipando anche loro al conflitto attraverso “armi” diverse rispetto ai combattenti.

Girato tra marzo 2011 e febbraio 2015 nelle città di Ghouta e Douma, Saeed e Ghiath si insediano tra le forze rivoluzionarie anti Assad e filmano tutto quello che c’è da filmare, dai momenti più drammatici (come i combattimenti o la perdita di un amico), a quelli più sereni (come la preparazione del pane o il bagno in una piscina a poche centinaia di metri dai combattimenti). Alcune volte queste due situazioni si incontrano, ad esempio quando vediamo un cecchino puntare il suo obiettivo e contemporaneamente parlare al telefono con la madre tranquillizzandola che va tutto bene, o in uno dei momenti più paradossali come il dialogo, tramite radiotrasmittente, tra un soldato lealista e un combattente ribelle: una discussone non minacciosa, in cui entrambi spiegano le proprie ragioni e convinzioni di appartenenza.

Le prime immagini del film mostrano lo stesso Saeed impegnato in una lezione di cinema. Spiega ai suoi studenti come trovare il momento giusto per iniziare a filmare. Esalta il cinema hollywoodiano nel rispettare le proporzioni e i criteri per ottenere una buona inquadratura. Ricorda che quando si gira un film non si possono violare determinate regole.

Queste formule Stil Recording, invece, le viola eccome. Trasgredisce i canoni classici del cinema perché riprendere la guerra, quella vera, è diverso dal filmare in un set cinematografico, con gli attori pronti a interpretare una parte, una sceneggiatura già scritta e con una scenografia da costruire.

In Still Recording gli attori sono combattenti reali, la sceneggiatura si scrive direttamente filmando, la scenografia è il campo di battaglia.still recording 5 Ecco quindi che spesse volte le inquadrature sono fuori fuoco e non proporzionate, oppure la macchina da presa viene lasciata accesa dai cameraman durante la fuga dai bombardamenti. Alla fine queste scene non sono state tagliate, ma i due autori hanno deciso di inserirle nel montaggio finale. Questa decisione, tecnicamente sbagliata, è chiaramente un messaggio. I fotogrammi non inquadrati perfettamente e con continui movimenti non regolari (dovuti al precipitarsi degli eventi), restituiscono la sensazione di panico e del pericolo. Le inquadrature tagliate dei cadaveri sono un riferimento ai corpi martoriati e mutilati dai bombardamenti, e attraverso la fuga dei cameraman abbiamo la sensazione che il terreno del conflitto sia proprio sotto i nostri piedi.

In una sola occasione assistiamo ad una messa in scena, quella della distruzione delle casse di liquori. Ma subito dopo i due autori, guardando verso l’obiettivo e rivolgendosi alla macchina da presa, dichiarano esplicitamente che quella scena è stata girata esclusivamente per rendere più “cinematografica” la sequenza.

Poco dopo la prima scena del film (quella in cui vediamo Saeed tenere la sua lezione), entriamo nel vivo della battaglia: dettagli su cadaveri, particolari sulle scritte nei lenzuoli che avvolgono i caduti in battaglia, interviste ad un gruppo di ribelli esultanti dopo la conquista di un checkpoint delle truppe lealiste di Assad, mentre fuori campo si sente ancora sparare.

Viene mostrata anche Damasco - sotto il controllo di Assad - e la grande differenza tra la città sotto il controllo del regime e il resto del paese sotto il controllo dei ribelli. Damasco, in queste immagini, non sembra la capitale di una paese in guerra: strade trafficate, negozi aperti, insegne luminose. Sembra una città tranquilla e in pace, distante migliaia di chilometri, anziché poche centinaia di metri, dall’inferno ripreso dai due registi.

Il film mostra anche i momenti di montaggio del film stesso, gli autori che valutano le scene da inserire nel lavoro finale o condividono messaggi e mail. E altre scene di relativa tranquillità, come l’atleta che persiste ad allenarsi tra le macerie di edifici devastati dai bombardamenti, come se ormai il conflitto civile, dal 2011 ad oggi, sia diventato la normalità nella vita della popolazione siriana.

Certo c’è differenza tra i combattenti e i cameraman. I primi sono molto più esposti dei secondi. Se si considera però che nei quattro anni serviti a girare il film hanno perso la vita anche quattordici operatori, si potrebbe concludere che non ci sia poi tanta differenza tra chi scende in campo armato di un fucile e chi armato di una macchina da presa: entrambi corrono il rischio di morire.

Alcune divergenze le possiamo trovare invece nella difesa: uno lo fa immediatamente rispondendo al fuoco, l’altro successivamente diffondendo le immagini registrate e denunciando le atrocità di un regime e la lotta per la liberazione di un paese. Come a dire che l’occhio della macchina da presa sopravvive all’uomo. Le immagini impresse su un supporto possono rimanere per sempre, gli esseri umani, prima o poi, muoiono.

Dario Condemi

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