La filosofia di Pio Amato

E sapevamo la pazienzamediterranea
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare
lo sapevamo anche noi
il colore dell’offesa
e un abitare magro e magro
che non diventa casa.
(Gianmaria Testa)
 

Ci sono film che nascondono altri film. Perchè ci sono vite e storie che nascondono altre vite, altre storie. Può capitare a volte che personaggi, inizialmente marginali, diventino i veri protagonisti di lungometraggi, sino alla piena identificazione, da parte del pubblico, tra loro ed il film.

Palla di lardo in “Full metal Jacket” ne è un esempio: non è il protagonista, non è l’io narrante, non partecipa alla guerra in Vietnam e alla fine del primo tempo si ammazza, ma nessuno di noi dirà che non sia lui realmente il vero protagonista e attore principale del film. Avviene per decantazione, a volte, che nel nostro immaginario si affollino figure non ritenute determinanti all’intreccio del film o persino macchiette con il loro cameo, apparentemente inutili alla trama, intromessi per renderla solo più vera, e poi ci accorgiamo che aggiungono senso all’evento narrativo. Non sto parlando di Turturro nell’ultimo film di Moretti. Parlo di Pio Amato. Pio nel film di Jonas Carpignano, così come nella vita. A chi ha avuto modo di vedere “Mediterranea” non può essergli sfuggito. Il ragazzino di origine Rom perfettamente integrato nel sistema di scambio, la sola economia rosarnese e della piana, è un gigante nel film. Non ruba lui, anzi sembra trovare una soluzione per tutti, più o meno sventurati, attraverso quel poco che ha in quel mercatino neanche troppo nascosto di illegalità e disperazione che Pio gestisce e dove tutto è a buon mercato, sia in moneta o se preferite in merce da scambio. Solo così si può coprire, a breve termine, secondo una filosofia dell’arrangiarsi, la prima necessità alla sopravvivenza: è questa la filosofia di Pio. Ma è anche la filosofia di quel territorio. La prima necessità, forse si può, per il resto ti devi arrangiare e adeguare. Certo la fatica occidentale alla sopravvivenza che fa di Pio il nostro eroe zingaro ma stanziale, non è paragonabile al dolore clandestino del migrante senza permesso di soggiorno. Ma restano comunque due illegali sia lui che Ayiva giovane del Burkina Faso, il vero protagonista di Mediterranea.

Si capiscono a volo i due, e non si fregano anzi si risconoscono come amici di vecchia data. Marginali sradicati entrambi, in una terra tanto dura da lavorare quanto da amare, terra capace di accoglienza solo a patto che il servigio sia indispensabile e mai contrattabile dalla parte svantaggiata, e dove solo Pio, da vero rom, sembra strafottersene liberamente permettendosi il lusso di mercanteggiare le sue cianfrusaglie.

mediterranea 2Eppure La legge del mercato (per citare un altro nostro film in rassegna) è chiara: in una economia povera i poveri sono ancora più poveri e inermi. Funziona così, e sarebbe bello, immaginare diversamente. Anche in questo Pio ci sembra ancora più audace e ci aiuta: una soluzione lui cerca di darla a tanta povertà e solitudine, lui, dieci anni e l’immancabile sigaretta in bocca, è una maschera che rallegra e mitiga la fatica degli ultimi, e come tutte le maschere sembra voler annullare le pene, barattandole con uno sfottò che vuol essere empatico e sempre amichevole o come avviene nel film con un i-pod a quattro soldi da restituire se non funziona. Se ce la fa lui, in quell’inferno, ti dirai, ce la faranno anche Ayiva e compagni. Ma non è tutto cosi semplice...Perchè, nel film, quel che emerge è il deserto di questa sponda occidentale che ha il nome della Crisi anzi peggio della fine di un’economia reale e mai solidale (dai baroni al caporalato dei clan), così come la fine di una civiltà (contadina) che ne consegue, dove naufragano non solo i migranti nei campi maleodoranti, ma i figli di quella terra chiusi tra mura protette, soli a scimmiottare inebetiti davanti al televisore, una lingua, o un passo di danza. Così vive gran parte di quel compresnsorio.

La violenza dei locali, l’unico aggregante, sembra la soluzione a tanto disfacimento. E lo sarebbe veramente. Ma è rivolta verso gli ultimi e, paradossalmente, contro la propria storia di emigrazione e sfruttamento. Autodistruttiva, e per questo, immediatamente ed inevitabilmente agli onori (o disonori) della cronaca. Perse le radici non c’è bisogno di leggere Pasolini per capire. Basta guardarsi attorno: non c’è più Medma sepolta da millenni né le storie nobili di uomini come Cosimo Pirrozzo (l’anarchico rosarnese celebrato da Ken Loach in “Terra e libertà”) o di Peppino Valarioti col suo coraggio civile e la sua lungimiranza nel capire quanto sia devastante per un’economia come quella della piana (e d’Italia, direi, ora) l’intreccio affaristico tra coperative e malavita organizzata.

A chi deve volgere allora lo sguardo il povero Ayiva, che di questa vicende non ne sa nulla eppure ne vuole ostinatamente rimanere parte? Quali antichi miti lo sosterranno a rimanere ancora in una terra altrettanto antica e struggente senza mai rimpiangere nulla? E basterà Skype e “Mamma Africa” per soddisfare legami ed affetti lontani?

Partecipare ad una storia comune, edificarne una parte mancante e magari iniziare così a modificarne gli eventi futuri, si può.

Anche attraversando una lunga e dolorosa soglia di casa.

Rolando Iaria

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