Siamo caparbi e ostinati e ci riproviamo. Sesta edizione di questa iniziativa che ci appartiene perché è nata da una esigenza comune, scaturita dal desiderio di guardarsi intorno e di non essere mai soddisfatti e continuare a guardare per trovare quello che fino a quel momento non abbiamo ancora visto.

Visioni di cine(ma) indipendente, è il frutto di questi sguardi curiosi su quel cinema non ufficiale, che racconta, a sua volta, le storie non ufficiali.

Guardare e fermarsi, talvolta, per guardare ancora meglio. Da questo desiderio l’edizione numero sei di quest’anno.

In questi anni abbiamo conosciuto e atteso con grande desiderio ogni nuovo film della coppia di cugini cineasti orgogliosamente originari di Nicotera Marina. Arturo Lavorato e Felice D’Agostino, appartengono a quella categoria di eccellenze calabresi perché il loro cinema, radicato, come mai finora era capitato, in quella cultura calabrese che con fierezza va rivendicata, riesce a parlare un linguaggio universale che racconta la stratificazione culturale dei nostri luoghi. Non è il loro un cinema sperimentale, ma è un cinema in cui si riconosce lo spessore della storia, in cui si assiste al moltiplicarsi dei significati tra le pieghe di una cultura che è davvero antica e consolidata e Arturo e Felice lavorano per mostrarla, per estrarla da un oblio ingiustificato. Un lavoro che ha il sapore dell’orgoglio e della ricerca, dell’indagine storica e di quella più puramente letteraria. Un cinema colto che si fa complesso, ma non complicato. La dove la complessità attinge alle molteplici vicende della storia e ai destini incrociati che hanno reso vittime e carnefici i calabresi.

Lo sguardo calabrese continua con Gaetano Crivaro, regista trapiantato in un altrove altrettanto complesso quanto la Calabria. La Sardegna, infatti, sembra costituire non solo geograficamente terra a se stante. La sua lingua e le sue tradizioni, così multietniche, tradiscono il passato quasi oscuro della Sardegna in un incrocio di lingue e una babele di culture. Crivaro riversa questa sua tradizione nel suo cinema, che sconfina nello sperimentalismo, ma resta attaccato ad una consapevolezza sociale che con molta ironia e gioia di giocare con la macchina da presa, sembra volere riversare nei suoi film.

Il più giovane di questi autori che vogliamo fare conoscere è Vincenzo Caricari. Il suo è un cinema diretto, vitale, che si nutre delle storie della sua Locride, ma che diventano, in una narrazione meditata, immagini calabresi a tutto tondo, senza mai sconfinare nel racconto fine a se stesso. Caricari è un regista che lavora sempre con molta difficoltà, ostacolato come è da una condizione sociale ed economica che non lo aiuta. Forse per questo costituisce l’esempio più lampante e rispettabile della resistenza, quella forma di silenziosa contestazione che caratterizza molti calabresi, legati ad una terra che è diventata infedele e “traditora”, e per la quale molti di noi si chiedono se ancora, dopo tanti anni, valga la pena di continuare a confidare in quella speranza che si sfilaccia e si sbiadisce ogni volta che le rivogliamo un pensiero.

Non possiamo concludere questa breve introduzione senza un caloroso grazie all’Università Mediterranea e alla Residenza Universitaria di Merito che per la terza volta ci dà ospitalità. Il grazie è sincero e vuole ripagare della disponibilità dimostrata da docenti e impiegati che ospitano l’iniziativa, ma anche i nostri ospiti, permettendoci di offrire alla città questa piccola manifestazione che speriamo sia grande di contenuti.

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