Giunti alla sesta edizione di Visioni di Cine(ma) Indipendente, il circolo Zavattini si propone come realtà culturale che dà spazio alla ricerca cinematografica con un focus sul cinema calabrese, aprendo le porte ad autori che già conosciamo ma, soprattutto, a nuovi cineasti.

Questo primo atto è dedicato al linguaggio, alla forma e al concetto. Sono atti di militanza, di storie e di ribellioni. È un’immersione nella Calabria con uno sguardo sullo stato delle cose, ma vuole anche essere uno sguardo sull’Italia e sul suo disfacimento umano. Sulle sue nuove convergenze politiche e sulla realtà che vagamente riusciamo a riconoscere e con cui fatichiamo ad identificarci.

Ed è proprio l’identità che rappresenta il punto di unione dei film proposti. Nella società contemporanea, il presente che viviamo e il futuro che ipoteticamente immaginiamo, ci rendono sempre meno partecipi alla realtà (alla veritas), a tutto ciò che ci viene proposto. Abbiamo difficoltà a trovare una nostra identità come esseri umani, qualora questa sia una parte importante del nostro modo di essere, e ci rifugiamo molto spesso nelle più banali e inutili convenzioni sociali. L’idea quindi di parlare di un cinema identitario, ci dà la possibilità di riflettere e analizzare non solo una condizione di persone, ma attraverso il mezzo della macchina da presa possiamo studiare i vari aspetti personali del cinema, o più specificamente, un’identità antropologica.

I film di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino, di Gaetano Crivaro e Vincenzo Caricari, sono delle preziose opere che ci catapultano in storie di identità. Ognuno di essi lavora con delle cifre stilistiche differenti, molto lontani per linguaggio e struttura narrativa ma affini per un’origine di appartenenza a questa terra e per il modo di esprimersi attraverso il cinema. I volti da loro ripresi non sono dei semplici soggetti fittizi che interpretano delle parti, non si limitano quindi a dare voce ai personaggi, ma sono le persone stesse ad essere il riflesso dei registi, esprimendo attraverso le proprie storie, un vissuto, una verità.

Lo studio che da qualche anno si sta portando avanti in Italia riguardo il nuovo cinema di ricerca, o - come lo definisce Adriano Aprà - neosperimentale, ci aiuta a delineare un percorso di film e cineasti che lavorano in stretta relazione con le immagini, facendo poco uso della narrazione (della fiction) e appropriandosi, invece, di un linguaggio “ibrido” dove la costruzione dell’opera nasce dalla volontà di “far vedere” una nuova forma di ‘estetica della composizione’, prendendo in prestito le parole di Paul Valéry.

C’è una costante ricerca in questo procedimento del filmare. Non diventa più un atto fine a se stesso, ma assume un carattere morale, antropologico e politico. Molte volte adottando forme e connotazioni sperimentali dove l’immagine viene trasformata in divenire, e non più una purezza visiva ma un disordine estetico che ci porta all’analisi del film sotto differenti punti di vista, un po’ come si leggerebbe un’opera pittorica di Pollock piuttosto che De Kooning, analizzandole da vari stadi di lettura. Non c’è più quindi, la necessità di scrivere un film basandosi sull’utilizzo della scrittura o della costruzione attraverso un “contenitore identificativo”, bensì stiamo assistendo ad un’ibridazione dei linguaggi che mirano alla scomposizione dei dogmi del cinema stesso.

In questi anni Visioni di Cine(ma) Indipendente è stato un bacino di idee, di film, di incontri e scontri sul cinema meno adatto alla distribuzione commerciale, dando voce e spazio ad autori di grande personalità. Sono passati sugli schermi opere di pura sperimentazione visiva e sonora (Luca Ferri, canecapovolto, {movimentomilc}), documentari connotati da un linguaggio ‘sovversivo’ (Arturo Lavorato e Felice D’Agostino, Tommaso Cotronei, Marco Perri), la fiction rappresentata con la delicatezza dell’animo (Franco Piavoli, Jonny Costantino) e del cinema più “conosciuto” ma in qualche modo meno visto (P. P. Pasolini, R. Bresson).

Molti filosofi contemporanei si stanno interrogando sul tema della post-identità, cercando di portare avanti una ricerca sulla ri-considerazione di questo concetto. Secondo loro, infatti, la parola identità racchiude in sé un forte senso di conflitto, di chiusura, determinata da una forma oramai superata, e cioè quella in cui l’identità è diventata una forma di reclusione, di categoria, di confine che invece bisogna oltrepassare e lasciarsi alle spalle.

Un concetto questo, che ci aiuta a ragionare sul tema identitario anche attraverso le opere che abbiamo considerato per questo primo atto della rassegna. Se di post-identità si è già cominciato a parlare, allora è bene soffermarsi un po’ sul cinema di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino, nello specifico, parlando di Essi bruciano ancora (2017) loro ultimo film che presentiamo in anteprima a Reggio Calabria. Il film è un’opera sovversiva, un’opera che milita nelle retrovie del panorama del cinema indipendente, pieno di segni e guerrigliero. Questa sua volontà politica è ben rappresentata dalla forza della collettività, dove l’atto di (re)agire tiene lo spettatore in costante attenzione sulla struttura del film. Tutto parte dal basso, dalla comunità, per parlare di questa “Unità d’Italia” e della sua fantomatica ‘riuscita’ riguardo i territori del Sud. Questa rappresentazione che i registi mettono “in inquadratura” altro non è che il concetto di post-identità e cioè il non voler appartenere a nessuna definizione, categoria e soprattutto a nessuna identità legata alla “schiavitù” servita dall’unione del paese. Il percorso sul cinema di Lavorato e D’Agostino è costellato di persone, di volti che in prima persona documentano dei fatti accaduti. Diventa però un cinema elitario, per dirla come Straub, un cinema fatto per individui. Del resto, questo film è fatto da persone, e la comunità che vediamo, rappresenta la collettività, e per un gioco di metafore un po’ come gli spettatori in sala. La sostanziale differenza sta nella fruizione. Le persone “stampate” sull’immagine, costruiscono la narrazione degli eventi, mentre gli spettatori “in platea” ri-vivono la storia cercando di farla propria. Ma saranno gli individui a dare voce a queste lotte e non gli spettatori.

Di storie, ma soprattutto di volti è pieno il cinema di Gaetano Crivaro (in alcune opere in co-regia con altri autori), che affronta il tema dell’identità attraverso i ritratti di persone che incontra(no) in varie città del mondo. Come nel progetto Videoritratti, inteso come costruzione di un archivio di ritratti filmati, una sorta di contenitore di memorie dove il riflesso dell’anima si rispecchia con l’ambiente circostante, e di come, nel film Mamihlapinatapai (2017), girato a Bogotà, i volti ripresi “giocano” con gli stessi registi. Un confronto tra diverse personalità divise dalla macchina da presa che ancora una volta diviene portatrice di storie.

La ricerca di Crivaro fa tornare in mente il percorso intrapreso dal regista Sergej Michajloviˇc    Êjzenštejn durante la sua lunga permanenza in Messico mentre girava Que Viva Mexico! (1930), e di come parallelamente al progetto del film, il regista filmava i volti delle persone, ripresi per strada molte volte cercando di costituire un archivio, i “tipazh”, così li definì, elevando questa pratica di ripresa al livello di un’antropologia visuale sperimentale.

Così, dai volti Êjzenštejn a quelli di Crivaro, analizzandoli come possibile riflesso della società e del contesto in cui vivono, passiamo alle opere di Vincenzo Caricari, che rispetto agli autori appena citati ci porta sullo schermo due storie sulla quotidianità. Questa rappresentazione dell’io attraverso lo sguardo dei due protagonisti dei rispettivi film, ci lascia una libera interpretazione sullo svolgimento della narrazione. In entrambe le opere, Pietre (2014) e Rosa (2016), Caricari dà voce a due persone che vivono in un contesto popolare dell’entroterra calabrese. La propria identità è lasciata da sola. Sono due anime che vivono in solitudine, una solitudine esistenziale, affrontando le difficoltà e le insofferenze giornaliere.

Questo cinema, questo atto del filmare, diventa ‘fisico’, prende forma e la sua identità è il ri-appropriarsi della storia degli uomini e delle donne che di questo mondo fanno parte.

Bisogna che il cinema sia anche verità e non semplicemente una rappresentazione della realtà. La macchina da presa deve diventare un arma con cui poter riprendere la società e distruggerla, poter montare la storia e riviverla.

Non bisogna lasciare che le immagini in movimento diventino effimere, fine a se stesse. Non più.

Le nostre iniziative più recenti

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy

Chiudendo questo banner o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.