Le tensioni visive di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino, questa volta, prendono le mosse dalle idee di Nicola Zitara economista e storico calabrese al quale i registi dedicano il film.

Progetto ambizioso, sotto il profilo teorico, In attesa dell’avvento nasce sulle medesime strutture, se si vuole esasperate, del loro lavoro precedente In amabile azzurro. Di questo film i due autori hanno utilizzato non soltanto le immagini che non erano state montate, ma anche e soprattutto l’architettura complessiva estremizzando qui il racconto, attraverso una maggiore tensione visiva. La loro riflessione è soprattutto di natura storico – sociale e il baricentro del film è costituito da alcuni episodi della storia calabrese che hanno caratterizzato il futuro della regione almeno dagli anni 70 in poi. Ma tre sono le date che scandiscono i tempi raccontati nel film: 1861, 1971, 2011.

Le riflessioni di Zitara, che D’Agostino e Lavorato fanno proprie, partono dall’assunto che vede la Calabria come regione mai entrata davvero a fare parte del corpus politico dello Stato italiano, ma come una regione di conquista, una eterna e sempre nuova colonia da utilizzare, nell’attesa della fine di quello che lo studioso calabrese chiamava colonialismo interno. Il film, al di la della sua forma, che induce all’idea di ribellione, diventa quindi cinema militante nel momento in cui si fa portatore di una analisi storica, condivisibile o meno, ma certamente non priva di argomenti a proprio favore e lontana da ogni consueta retorica.

In attesa dell’avvento, nella sua forma godardiana, costituisce una riflessione sulle tensioni politiche e sociali che hanno visto come protagonisti e rispettivi antagonisti i calabresi e lo Stato come forma politica di autorità costituita. Vicende di cronaca e politiche che hanno avuto e continuano ad avere conseguenze sulle odierne condizioni della Calabria.

Il fallimento di una quanto mai annunciata industrializzazione e la rivolta di Reggio Calabria dei primi anni ‘70, diventano quindi il centro di quel ciclone storico cominciato con l’unità d’Italia, che ha risucchiato la regione in una condizione di colonizzazione perenne senza via d’uscita.

Lavorato e D’Agostino compiono un gesto politico con il loro film, perché intendono, applicando alla lettera l’insegnamento di Franco Cassano, riappropriarsi della storia della loro regione e intendono raccontarla stavolta in prima persona e non sentirsela raccontare da altri.

Così, rispetto alla rivolta di Reggio Calabria, liquidata dalla storiografia ufficiale come sommossa di destra, i due autori tendono a rivalutare l’originaria sincerità popolare che solo una colpevole miopia della sinistra, anche di quella sinistra intellettuale più avanzata, tranne qualche isolato caso, Adriano Sofri tra questi, non ha voluto vedere.

In questa prospettiva Lavorato e D’Agostino impongono il loro stile spezzando la continuità narrativa, attraverso un montaggio nervoso e inquieto, completato da una tesa colonna sonora dei CCCP, che contribuisce a dare efficacia ai quadri visivi che il film propone.

In attesa dell’avvento, che sembra l’eterno auspicio per la Calabria, sotto il profilo espressivo prosegue il cammino avviato con In amabile azzurro per il superamento della forma documentaristica così come la conosciamo. In questo senso il film si legge come una sperimentazione, la sua brevità ne conferma, quasi, l’assunto. Nella sua sintesi e con gli inserimenti narrativi già comparsi nel film precedente, In attesa dell’avvento diventa manifestazione della storia, controstoria del presente e tragica rappresentazione della contempoaraneità.

Di tutti questi elementi si è accorta la giuria di Orizzonti cortometraggio all’ultima Mostra del Cinema di Venezia che ha assegnato al film il primo premio.

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