Arturo Lavorato e Felice D’Agostino con In amabile azzurro hanno tessuto la trama più complessa del loro lavoro, la riflessione più articolata e ricca riversata nei loro film e forse il lavoro più costante e lucido sulla scelta delle immagini in relazione agli assunti dai quali il film prende le mosse.

Per rendersi conto di quanto la struttura narrativa sia densa di riferimenti è sufficiente avere qualche minuto di pazienza, finite le immagini del film, e dare una lettura ai titoli di coda. Riferimenti austeri e nobili, da Eschilo a Euripide, da Holderlin a Pasolini, a Corrado Alvaro. Un lavoro di tessitura di testo e immagine che non lascia spazio ad una lettura che altro non sia che guardata attraverso l’originaria e arcaica forma della drammaturgia che è quella della tragedia greca.

Il mito di Oreste celebrato dalla tragedia di Euripide è quello di un figlio dannato e condannato ad una eterna maledizione per avere ucciso, insieme alla sorella Elettra, la madre Clitennestra, colpevole dell’omicidio del marito Agamennone. Le furiose Erinni si scatenano contro Oreste per vendicare il matricidio.

Il non persegue metafore, ma mette in scena, attraverso un’accurata ricerca delle immagini, il mito antico che si perpetua nella modernità. In amabile azzurro è la tragedia antica, che si fa reale modernità e sopravvive eternamente nel presente; il film di Lavorato e D’Agostino sembra volere ricomporre una mai dimenticata sventura, una ancestrale maledizione e riscopre, attraverso l’occhio della macchina da presa, i nuovi soggetti di questa antica tragedia che continua a gettare un’ombra sinistra sulle cose e sulle persone.

Il cinema dei due registi calabresi, come mai non era accaduto sino ad allora, cioè all’epoca della sua uscita, tocca le radici antiche della cultura mediterranea, ne scopre la ricchezza, ma al contempo sembra emettere il verdetto di una altrettanto eterna sconfitta.

Non è la nobiltà che manca ai loro personaggi, veri protagonisti di banali eventi quotidiani che diventano mitici, non è la generosità degli intenti, sembra mancare, piuttosto, il riferimento a quella cultura dei padri, a quella storia sconosciuta che si nasconde, ma determinandoli, nei gesti degli uomini e delle donne. Oggi una terra che potrebbe sembrare barbara, perché abbandonata dall’indifferenza di ogni dio, ma in effetti è solo una terra che appare sradicata da ogni irriconoscibile presente, per affondare la propria esistenza in quel passato così profondamente legato ai luoghi.

E sono proprio i luoghi, sotto l’occhio della macchina da presa e con una costante operazione di assorbimento di una realtà più che tangibile, mai resa surreale, a trasformarsi in mito, a diventare un attraversamento del passato. Il cinema di Lavorato e D’Agostino si assume quasi come un  viatico per attraversare la terra conosciuta che assume quei profili sconosciuti e quasi minacciosi del mito. Un’operazione che sembra ingigantire e trasformare uomini e territori che smettono di essere il luogo felice o doloroso del lavoro e della terra sudata, per diventare lo spazio scenico della tragedia dove si consumano i destini dell’uomo.

Un’operazione letteraria è quella che domina In amabile azzurro, di quelle operazioni che implicano l’espansione mitica della parola – qui dell’immagine – e che prevedono il teorizzarsi del luogo come centro universale del compiersi del destino umano. Non è lontana l’operazione di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino da quella compiuta, sul piano letterario da James Joyce con Ulisse e da Stefano D’Arrigo con Horcynus Orca. Sul piano cinematografico, l’azzeramento di ogni recitazione e la libertà naturalmente interpretativa dei suoi personaggi (più o meno occasionali), lungi dal diventare pura registrazione naturalistica, si trasforma in canto tragico, ancora una volta in stretta connessione con l’antica stirpe dei suoi abitanti. Un’operazione che sembra volere superare perfino la colta interpretazione straubiana della storia, proprio perché questo cinema si avvale della leggenda, e resta ancorata drammaticamente al presente, ancora attraverso la tragedia.

Il cinema dei registi calabresi si fa austero, popolarmente austero, legato ad una tradizione viva, ma al tempo stesso sepolta tra le pieghe di quella cultura che sembra trasparire dai personaggi, ma non sa uscire fuori. Le loro immagini hanno questa funzione maieutica e sembrano volere esternare non i sentimenti, quanto il significato dei gesti, dei silenzi, delle speranze deluse.

Tutto questo sembra raccontare magnificamente e soprattutto, profondamente lo spirito della Calabria, lo spirito di quella depauperazione prima culturale e poi economica di cui il popolo calabrese è rimasto vittima, ma anche delle proprie stesse negligenze. 

Il film riecheggia i lavori raffinati del ghanese John Akomfrah che soprattutto in Nine muses racconta la diaspora nera dell’emigrazione con una cifra stilistica assai alta e che Lavorato e D’Agostino sembrano riprendere. Le assonanze di una lingua, anche inconsapevolmente comune, uniscono, popoli e destini, continuando a raccontare il presente con le voci del passato.   

In amabile azzurro è quel cinema che mancava alla nostra regione, è quella voce che da lontano sa raccontare il presente con le immagini della contemporaneità, ma attinte dal passato. In amabile azzurro è quel cinema che immediatamente i calabresi sentono proprio anche laddove non riuscissero a comprenderne immediatamente la ragione.

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