Rigenerare la memoria, quella personale e quella collettiva, può essere uno dei sensi del documentario Il canto dei nuovi emigranti che Felice D’Agostino e Arturo Lavorato dedicano al poeta calabrese Franco Costabile a 40 anni dalla sua morte prematura avvenuta per suicidio.

Il valore che si ritrova nelle immagini, una buona parte di repertorio, sapientemente montate, non è solo quello di avere saputo restituire e (ri)generare la memoria di questo dimenticato poeta italiano, ma soprattutto di essere riusciti a raccontare la Calabria, una regione che probabilmente manca di una memoria collettiva che ricordi con la giusta distanza, ma con il necessario trasporto, i tempi, anche recenti, durante i quali ha dovuto pagare un duro prezzo all’industrializzazione del nostro Paese del primo e del secondo dopoguerra.

In questa traccia di pensiero si inserisce la poetica di Costabile, che nel film dei due registi calabresi emerge così com’è nella sua estrema limpida essenza. Un poetare duro e senza la mediazione della metafora quello di Costabile: io e te, Meridione, / dobbiamo parlarci una volta, / ragionare davvero con calma, / da soli, / senza raccontarci fantasie / sulle nostre contrade. Non ci sono sconti né l’oleografismo stucchevole che copre i problemi e i drammi nel rimestio di paesaggi e panorami.

I paesaggi che Costabile preferisce sono quelli dell’anima e Lavorato e D’Agostino hanno costruito questo documentario conferendogli la stessa forza dei versi del poeta. La biografia di Costabile viene così raccontata attraverso i suoi stessi testi, la sua vita e il senso estremo della sua poesia, quella di un eterno emigrante, è narrata, invece, dai suoi amici ed estimatori: Giorgio Caproni, Libero Bigiaretti, Manuela Berto moglie di Giuseppe, il pittore Enotrio, negli inserti dell’epoca che i due autori hanno avuto la pazienza di ritrovare. Dal film dei due registi calabresi, che contemporaneamente al cinema svolgono un lavoro di recupero della nostra cultura popolare, emerge quindi con estrema forza la figura di Costabile, da tutti i suoi amici definito un uomo dolce, un angelo.

Lavorato e D’Agostino riescono a modulare le proprie immagini sui versi di quelle poesie che srotolandosi lungo tutto il film ne costituiscono l’ordito. Ne deriva un’opera compatta e rigorosa, sia sotto il profilo che potrebbe definirsi biografico, dove la biografia stia a comunicare il senso di una vita più che il suo cronologico svolgersi, sia sotto il profilo cinematografico dove il rigore stilistico e le scelte espressive sono perseguite con costante attenzione dall’inizio alla fine.

Una di queste scelte, ad esempio, consente di fare emergere, di pari passo con la narrazione della vita di Costabile, una ricerca di autenticità di una storia recente della Calabria, il senso di un passato prossimo per questi luoghi calabresi che trovano sintesi straordinaria proprio nella coniugazione delle parole del poeta.

Ne emerge un ritratto incisivo della Calabria che nelle parole del proprio artista ritrova quella distanza e quello scetticismo verso le istituzioni, il dolore dell’emigrazione e più in generale della propria esistenza e di quella dello stesso Costabile. La capacità di cogliere queste opportunità diventano un serio indizio di capacità artistica per i due registi ed è sicuramente per queste ragioni che il film ha catturato l’attenzione dei giurati della sezione del Concorso dei Documentari del Festival di Torino 2005, dove il film di Lavorato e D’Agostino ha vinto il primo premio. Così come al Buenos Aires International Festival of Independent Cinema 2006, al Cinema du Reel 2006 e sempre al Torino Film Festival 2005 il Premio “Persol” per il Miglior Documentario.

Un film che nella sua sintesi si fa quindi apprezzare per avere raccontato la difficile vita del suicida Franco Costabile che, pur da lontano, non si è mai allontanato dalla Calabria e che a sua volta ha raccontato la propria terra sempre con l’originalità riconosciuta dei suoi versi e con le non comuni capacità di chi è riuscito a condensare la sofferenza e la solitudine dell’emigrazione nel verso: …noi siamo / le giacche appese / nelle baracche nei pollai d’Europa. 

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