«Non bisogna lavorare, ma capolavorare.»
A. Bergonzoni

La cosa difficile, spesso, è riuscire a trovare un senso in quello che si fa. Dopo 25 anni di attività, bene o male, ci si trova davanti a queste domande e ci si interroga, nel compilare un bilancio, di quanto la presenza di un’associazione come lo “Zavattini” abbia pesato nella vita collettiva di una città contraddittoria come Reggio Calabria.
Un mantra che accompagna da tempo il nostro operare in città è quello della lotta all’illegalità purtroppo quotidiana e dilagante. Pensiamo, da sempre, con buona pace di chi si affida esclusivamente alla forza di una repressione vanamente sanzionatoria, si combatta anche attraverso una pratica, altrettanto quotidiana e diffusa, della cultura che possa abbracciare ogni interesse e ogni settore della nostra vita, non con una spolverata occasionale, ma con una frequentazione incessante che permei l’intero trascorrere.

Non concordiamo, quindi, con il vecchio adagio “Carmina non dant panem sed labor et industria”.
È proprio l’industria culturale, praticata con sapienza e competenza, ad offrire - oltre agli effetti calmieranti su comportamenti che tanto incidono negativamente sulla collettività - anche, e soprattutto, opportunità di rilancio economico di una regione o di una città, con conseguenze positive che, a macchia d’olio, vadano ad incidere su una più generale condizione di benessere.
Ma l’indifferenza di chi potrebbe e non fa è incredibile, quasi insopportabile.
Eppure non è difficile immaginare che un cinema, un teatro, una sala per la musica, una biblioteca, una pinacoteca, un centro sociale di aggregazione nel quale fare crescere i più giovani indirizzandoli verso la scoperta dei piaceri della pratica culturale, costituirebbe un valore aggiunto non monetizzabile, ma immensamente proficuo di risultati futuri. costituirebbe, nelle nostre città, un presidio di democrazia, di sicurezza e non crediamo di bestemmiare se pensiamo che un luogo della cultura aperto equivalga ad aprirvi un ospedale o un ufficio giudiziario.
la fuga verso un’Europa più disponibile alla assidua partecipazione culturale, ad una migliore gestione delle risorse della conoscenza, ad una più equa distribuzione delle strutture pubbliche, in cui crescere accompagnati da strumenti e insegnanti, è diventato, in questi anni un fatto accertato.
per quanto riguarda il nostro piccolo angolo di mondo, le cose non vanno affatto bene. Se chi ha qualche anno di più ha la pazienza di ricordare cosa fosse questa città, anche in tempi perfino più difficili, sia economicamente che dal punto di vista della diffusione di una criminalità insopportabile e guarda all’oggi, purtroppo ne rimarcherà le differenze.
Non esiste più, poiché completamente azzerata, una stagione musicale che fino a qualche lustro fa comprendeva sia la musica da camera, sia i ritmi afroamericani del jazz, esiste una stagione teatrale di breve durata che punta più sull’evento che su una ricerca costante e fantasiosa che miri a premiare il coraggio produttivo.

Ciò che si ascolta di musica e ciò a cui si assiste di spettacoli teatrali è purtroppo una meteora e si fonda esclusivamente sulla voglia assidua di pochi che con molta fatica mettono in piedi brevi rassegne che ci fanno comprendere quale sia la distanza che ci separa da chi queste opportunità le può vivere di continuo.

Quanto al cinema, escludendo l’iniziativa privata che come tale deve fare i propri legittimi interessi legati profitto commerciale, le cose vanno molto male. Nonostante le promesse, le speranze, le belle parole, le passerelle, i discorsetti da imbonitori, nessun passo avanti che sposti di un millimetro la dispersione di un patrimonio che reggio calabria vantava e che oggi resta un ricordo impietoso come accade nei discorsi di una famiglia decaduta.
Non vi è luogo, un angolo, una sala, uno scantinato che sia mai stato destinato dal comune di reggio calabria, di qualsiasi taglia e colore, che sia stato messo a disposizione di chi da anni combatte e fatica senza lucro alcuno, rimettendoci di proprio, dove dare la possibilità, senza di mezzo alcuna ricompensa economica, ma solo la disponibilità dei servizi, ai ragazzi, ai più giovani, ai cittadini, di un’offerta audio visuale che possa essere utile, secondo i criteri enunciati, all’intera collettività.

In questi anni ne abbiamo sentite tante e tutti grandi appassionati di cinema e tutti a credere che il cinema sia questo e sia quello, ma nessuno che abbia avuto il piacere, non il dovere che quello non coincide quasi mai con il piacere, di dare una chance, un’opportunità in più a questa città che si impoverisce, invece, chiudendo battenti, inventando altre attività commerciali, ritrovi gastronomici e oscure sale nelle quali disperdere i propri scarsi patrimoni da pensionati a 1000 euro al mese. Ma nulla, nulla per la cultura.

Nonostante tutto questo lo “Zavattini” continua a navigare in questo mare tempestoso. Nonostante il bilancio scoraggiante di una città che dire distratta è poco e per la quale, ci accorgiamo, che la gioventù da sola non è sufficiente a garantire un valore aggiunto. l’impegno di una decisa discontinuità va verificata di volta in volta. Gettare lo sguardo al futuro e non al contingente avendo il coraggio di scelte e decisioni che segnino la rottura con il passato, è impegno arduo, ma non impossibile, la storia lo dimostra costantemente e queste sensazioni non ci pare di averle di averle vissute in questi ultimi anni.

Nonostante la disponibilità che lo “Zavattini” ha sempre dimostrato, senza mai tirarsi indietro e che vorremmo continuare a dimostrare, non abbiamo visto sotto il profilo della gestione della cultura alcuna novità, alcun segnale e soprattutto abbiamo verificato una sorta di assopito interesse verso quel poco che ormai si muove, nonostante la volontà. purtroppo, invece abbiamo assistito ad un adagiarsi senza sforzi su uno status quo di imbelle accidia. Qualche esempio: Teatro comunale, vicenda Miramare, arena lido, centro polifunzionale, cipresseto. Nulla di tutto questo è cambiato rispetto al passato. Modi, comportamenti e mancanza di iniziativa. Tutto uguale, tutto immobile.

Non si capolavora, ma si immobilizza, si congela, si lascia andare. come sempre. Per queste ragioni è difficile trovare un senso in quello che si fa. Noi, nonostante tutto proviamo a trovarlo nelle nostre esclusive forze, senza dovere ringraziare nessuno, ma ringraziamo chi ci rivolge frasi di incoraggiamento, quelle che ci vengono dalle persone che ci seguono, dalle parole che ascoltiamo all’uscita della proiezioni, da quelle che più direttamente ci aiutano a capire quanto l’aggregazione sia utile e il confronto sia necessario al di là di ogni social network e delle amicizie virtuali. È solo questo davvero che ci permette di continuare a desiderare.
Né le cose vanno diversamente se allarghiamo lo sguardo. Il legislatore ha approvato una legge cinema che ha lo scopo di azzerare differenze e finalità di chi lavora in questo campo, una legge che premia il più forte con buona pace di chi ha messo avanti a tutto la qualità. Si aggiunge a questo una caparbietà ministeriale che emana decreti attuativi che rendono impossibile la gestione delle attività correnti alla nostra FIcc e alle altre associazioni con la conseguente chiusura delle sedi nazionali. l’intenzione non manifesta, ma evidente, è quella di appiattire l’offerta, ridurre al minimo le differenze, lasciare in piedi solo lo spettacolo e spegnere le luci su tutto ciò che non è “evento”. Questa scelta dissennata in mezzo alle altre in un paese in cui si recidono le radici della memoria per cancellare il passato.

A Daniela, nel ricordo dei film, dei libri e ... delle matite.

«… più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.»
Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale:
«Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!»«Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose.»

Paulo Coelho

Abbiamo sempre ritrovato nel nostro passato il senso profondo del rinnovamento. Abbiamo sempre rispettato la tradizione nel migliore modo possibile: tradendola. Una ricerca che trova giustificazione sin dalla radice delle due parole.

In questo tradimento, continuo e consapevole, il senso del rinnovamento, della ricerca di forme e suggestioni differenti e il rispetto di un passato che altrimenti diventerebbe inadeguato.
Quest’anno abbiamo voluto aprire altri orizzonti di sguardo, rivolgendoci anche alla distribuzione internazionale. lo scopo è quello di fare del circolo un luogo differente da ogni altro, nel quale non si abbia paura come organizzatori e come pubblico di inventare percorsi. Un luogo che sia esclusivo, ma non perché ristretto a pochi, quanto piuttosto per i suoi contenuti che come sempre devono essere popolari, ma senza cedere alla qualità. È in questa prospettiva che la ricerca di titoli si è allargata, e la nostra curiosità è diventata anche divertimento anche solo attraverso la semplice ricerca. Il desiderio di rendere collettivo e ripetere, per via mediata, il piacere della visione di un film ha completato il nostro interesse.
Per strane e casuali coincidenze quest’anno l’attenzione si è addensata attorno all’idea di racconto, di narrazione. Si tratta di quella particolare condizione che meglio si esprime con la parola affabulazione che presuppone una fascinazione del racconto che si manifesta a secondo della capacità inventiva e alla costruzione immaginaria del narratore che riesca a cogliere, pur nella sua possibile inverosimiglianza, la verità del reale.

L’arte del narrare, come ha di recente sostenuto Alessandro Baricco, non è frutto di una estemporanea improvvisazione, ma la sua costruzione obbedisce a precise regole e il rispetto delle strutture narrative non è tema estraneo all’architettura della narrazione. L’atto del racconto e di conseguenza il testo che ne scaturisce è architettura è ingegneria della concezione.

Il primo ciclo di film, La scrittura dello sguardo prova ad offrire una galleria di modalità e di atteggiarsi del racconto. I quattro film selezionati appartengono a quattro differenti categorie della narrazione.

Il primo Les Ogres della giovane léa Fehner, già vincitrice a pesaro 2016, è un racconto corale, nel quale il farsi della vita dei protagonisti sembra confondersi con quello degli altri. Un film stracolmo di vitalità che trova la sua essenza nell’intreccio dei sentimenti che sembrano tendersi, come sottili tracce attorno allo spettatore costruendo una fitta rete protettiva. Un’opera ingiustamente marginalizzata per fortuna acquistata e distribuita da “Cineclub Internazionale”.

“11 minuti”, del consumato regista polacco Jerzy Skolimovski, è un film che forse meglio degli altri mette in scena e in vista la propria struttura narrativa. anzi il film è la spettacolarizazione di questa struttura. Nessuno, nel film di Skolimowski, vada a cercare il senso se non quello della composizione del racconto. Il film piacerà a chi cerca lo spettacolo come forma che si materializza perfino nella banalità quotidiana o nell’evento inatteso e imprevedibile che si costruisce nel breve volgere di qualche minuto la cui manifestazione in sé è spettacolare. Il regista scompone il tempo, definisce lo spazio e gli eventi si accumulano come in un imbuto e il film gioca la sua partita senza inganno alcuno per lo spettatore. 11 minuti è una bomba ad orologeria!

Peter Chan è un regista cinese di Hong Kong, quanto mai prolifico e quanto mai sconosciuto in Italia se non nelle occasioni più strettamente festivaliere nelle quali il suo cinema, così composito e variegato, nel quale, sempre, la struttura della narrazione è parte essenziale e diventa tema centrale ma non esclusivo. Non sfugge a questa caratteristica “Perhaps Love” che fa della scomposizione del racconto il baricentro funzionale del testo narrativo. Chan lavora sui personaggi e sulla loro memoria, ricostruendo, avvalendosi della perfetta macchina spettacolare del cinema, un melodramma che sembra infinito proprio perché al contempo giocato su un piano di realtà, ma anche sull’altro immaginariamente favolistico.

Chiude questo primo ciclo di film un’opera tra le ultime dell’ungherese Béla Tarr. Un autore rigoroso, complesso, austero il cui cinema diventa quasi sempre storia collettiva come nel fluviale Satantango. Ma con L’uomo di Londra, Tarr affidandosi a Georges Simenon, uno degli scrittori più giustamente famosi del ‘900, mette in scena un’opera in cui esalta le componenti noir del racconto, senza rinunciare al suo stile rigoroso ed essenziale. «Il cinema di Tarr è ricerca ossessiva e Tarr è di questa terra, lontano dalla realtà, imitatore dell’esistenza, idea peregrina del muto o terra e polvere che torneremo ad essere. Questo è cinema in cui sembra manchi il prima e il dopo, c’è solo un lungo e un attesissimo attimo. Attimo senza tregua: il cinema chiede di essere considerato un unico atto, un miracolo mai esaurito in una fiammata. Tarr illude, perché ci fa vedere sempre e ancora: la sua messa in scena è un tormento, un’ossessiva ricerca del punto dove piantare la macchina, del punto dove non è impossibile ricordare e della forza misteriosa delle cose che vorrebbero farsi ricordare come di quelle che si vogliono far desiderare e amare». (l. Lardieri, sentieriselvaggi.it, 2007).

Abbiamo pensato di festeggiare i nostri 25 anni di attività, con un film tanto mitico da non essere da molti conosciuto, oggetto di ironico scherno, che forse ne ha sottolineato l’inimitabile forza espressiva e pluricitato nel cinema successivo, La “Corazzata Potëmkin” di Sergej Ėjzenštejn. Simbolo eccellente, ma falsamente inteso, di un cinema per pochi iniziati e di una stagione di impegno civile che nell’immaginario collettivo sembrava privilegiare l’incomprensibile atteggiarsi dell’opera e il tormento interpretativo della medesima. Il restauro della cineteca di Bologna, nell’edizione che sarà proiettata per i soci, costituirà come sempre un valore aggiunto per un film che, ripulito da ogni incrostazione mediatica che non gli appartiene, desterà l’interesse del pubblico proprio per la sua spettacolarità e l’avvincente crescere della vicenda che racconta. Un’occasione imperdibile per vedere o rivedere un film essenziale e a suo modo seminatore di idee e proliferazioni per il cinema futuro.

È proprio in questa ottica di cinema per il futuro e dell’anniversario del circolo che lo sguardo al passato è compensato da uno sguardo al futuro. Il cortometraggio Colmare, frutto di un coraggioso lavoro collettivo di giovanissimi sperimentatori del cinema, arriva dopo un workshop che si è svolto presso i locali del Miramare sotto la direzione del nostro Michele Tarzia. Il coraggio è quello di avere realizzato un lavoro antinarrativo che sembra rompere le regole non scritte per gli esiti di una riflessione collettiva. Beretta, caminiti, Goso, lamanna, Mangiola, Nocera e Seminara sotto la guida di Tarzia, hanno invertito la rotta e scommesso sul futuro e questo è segno positivo per una rinnovata fiducia nei nostri ragazzi.

Le proiezioni del nostro circolo ormai da anni, e lo sottolineiamo con un certo orgoglio, costituiscono uno dei pochi luoghi, in città, dove è possibile vedere tutto quel cinema che ormai banalmente si definisce documentario. La ricerca e soprattutto il lavoro di molti cineasti (Herzog, Wiseman, Temple, Guzman e molti altri) hanno stravolto il senso dell’antica definizione di documentario. Oggi il cinema che non si associa alla fiction costituisce un genere che si è ibridato e diventa un luogo in cui sperimentare forme e strutture, intrecciare documenti e avvenimenti su uno scenario che si trasforma nel racconto e attraverso la scrittura. Il cinema diventa forma artistica viva e vivente, luogo di invenzione e terreno multidisciplinare.

I cinque titoli che abbiamo raccolto sotto il titolo “Le forme della memoria” raccontano di un cinema perduto e ritrovato. E la materia si fa racconto avvincente in Dawson City - Il tempo tra i ghiacci dell’americano Bill Morrison, un viaggio ipnotico dentro l’archeologia del cinema, la nascita del capitalismo e del ‘900 tra i ghiacci artici e i cercatori d’oro.

A seguire The ecstasy of Wilko Johnson di Julien Temple, il racconto vitale della malattia, la capacità di catturare con la macchina da presa il senso della vita, la musica e le immagini. Temple condensa nel suo cinema la fantascienza dello sguardo, il suo cinema si fa specchio di un’anima che non accetta la fine e vince anche sull’immanenza della morte.

“I am not your Negro”, dell’haitiano raoul peck, sulla scorta delle teorie sociali dell’intellettuale nero James Baldwin, ridisegna la storia dell’america. peck che con questo film si affaccia definitivamente alla scena mondiale, rigenera con il proprio sguardo i materiali d’archivio e attraverso la rivoluzione del racconto racconta l’unica vera rivoluzione possibile.

Come già in “La pivellina”, da noi proposto ormai qualche anno fa, Tizza covi e Rainer Frimmel con Mister Universo, ripartono dall’osservazione della realtà. Il loro cinema personalissimo e costruito con la semplice materia dei sentimenti, diventa essenziale nel panorama del nostro cinema, proprio perché unico come è unica la capacità di trasportarci in un mondo parallelo in cui la curva della realtà sembra prendere nuove dimensioni.

Il nome di Pietro Marcello non è ormai nuovo e il suo cinema, così denso di una struttura precisa, mai improvvisata, capace di tradurre in ragionamento il senso di un disagio, ci sembra costituisca ancora una volta una straordinaria sorpresa per il pubblico. Il suo lavoro ci aveva già impressionato con “La bocca del lupo” (anche questo proposto in una nostra passata rassegna), tenera e violenta storia d’amore tra un transessuale e il suo compagno. Oggi con “Bella e perduta” Marcello affina le sue armi, guarda al sud, alle bellezze di un’Italia dimenticata e tra queste bellezze anche quella dell’anima di Tommaso. Un cinema che sembra perdersi nel sogno e di questa onirica consistenza si nutre. Marcello costruisce un arazzo sul quale intesse la storia e la leggenda, il presente e il passato, la vita e la morte e ne fa mitologia favolistica, ne fa mistero visibile per occhi desiderosi di storie.

Le storie continuano con il terzo ciclo “Dopo Kiarostami”. Il grande maestro iraniano ci ha lasciati nel 2016 e noi che non abbiamo mai commemorato nessuno - troppi sarebbero i nomi e poco il tempo - con questi due film abbiamo solo voluto offrire ai nostri soci un assaggio di quello che è oggi lo stato del cinema iraniano dopo la sua lezione. Resta intatta la matrice e cambiano i tempi. Quel cinema, che abbiamo imparato ad apprezzare proprio grazie a Kiarostami e poi a Naderi, oggi cambia la sua pelle ma tiene ferma la moralità di una cultura profondamente umanistica.

Con questo non dimentichiamo le difficoltà in cui versano i registi iraniani e non dimentichiamo i casi drammatici come quello di Jafar panahi. Una persecuzione ingiustificata e violenta che colpisce gli artisti e la cultura, davanti alla quale ci si sente inermi, e che non lascia che l’arma della solidarietà e il costante riferimento a quei principi umanitari e al diritto di libera espressione che i regimi tendono a cancellare, purtroppo spesso nel generale silenzio dei consessi mondiali. Questo breve ciclo di film è anche una testimonianza di resistenza.

Ashgar Farhadi e Vahid Jalilvand sono tra i nomi più interessanti del nuovo cinema iraniano. Abbiamo imparato ad apprezzare Farhadi con “Una separazione”, oggi lo ritroviamo con “Il cliente”. Un’opera che si avvale di una messa in scena speculare tra fiction teatrale e realtà dei protagonisti. Un film che è metafora di una condizione di mutazione e quindi di naturale instabilità. Una concatenazione di eventi, che la macchina da presa sa cogliere, la vita e il teatro legati a filo doppio e Farhadi cuce i lembi di questi mondi adattandoli al suo cinema.
Sconosciuto, ma scommettiamo che sarà presto un nome di rilievo, è Vahid Jalilvand. Il suo Un mercoledì di maggio ha positivamente impressionato alla penultima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Quest’anno il regista iraniano con “No date, no signature” ha vinto il premio speciale per la migliore regia nella Sezione orizzonti, presieduta da Gianni Amelio.

Il film in rassegna è invece il precedente, realizzato dall’autore nel 2016. Un esempio di cinema che sembra riflettere su stesso e che, nel contempo, costruisce la vicenda dei suoi protagonisti attraverso il rispetto di regole etiche e narrative irrinunciabili. Un film che offre spunti di riflessione molteplici e soprattutto sulla giustezza o meno di una scelta filantropica. Un detto dice “Quando fai del bene pensa al male che ne può derivare”. Jalilvand mette in scena questo tema, senza farne un pedante film a tesi.

Il ciclo che chiude la rassegna è forse il più riflessivo, il più pensosamente filosofico. La declinazione dell’altro guarda all’assenza perpetua di un alter ego, esplora le inquietudini di una presenza, indaga sulle possibilità dell’arbitrio, sulle paure profonde e oscure. per affrontare temi apparentemente distanti dalle nostre vite, ma profondamente radicate alla natura umana, abbiamo scelto tre film che hanno segnato a vario titolo la stagione passata e quella appena conclusa.
“La collina della libertà” di Hong Sang-Soo è un film sulla ricostruzione, sulla ricomposizione dopo un evento. ricomposizione della propria vita e rifacimento di una narrazione scomposta. Il cinema del regista cinese ci porta su un terreno che sembra alieno, ma al contempo indaga sulle lacune della nostra anima. Un film che guarda alle atmosfere più che al possibile sviluppo della storia, in cui la rarefazione narrativa si accompagna ad una grande densità emotiva.

“Personal shopper” di olivier assayas è stato giudicato come uno dei migliori film apparsi sugli schermi nella passata stagione. Un film che costituisce un punto di chiusura rispetto al discorso che il regista francese ha avviato con “Sils Maria”, da noi programmato nella scorsa stagione. Non è una prosecuzione, ma in qualche modo ne diventa epilogo. Un film di fantasmi e di assenze che esplora la metafisica del quotidiano, l’annullamento della vita in nome dell’altro ed è ancora Kristen Stewart, affrancata decisamente da ogni forma di star system in cui la aveva proiettata la trilogia vampiresca, che ancora una volta riscopre una il cinema come materia straordinariamente intima. Assayas ci avvolge con la sua macchina da presa e ci indaga e soprattutto indaga l’aura della sua protagonista, trasmettendo un’ansia repressa che si fa materica. Cinema d’anime e non cinema di storie questo del nuovo assayas, geometrie che si focalizzano nell’anima alla ricerca, come sempre, di domande e non di risposte.

Si chiude con “It follows”, film di grande spessore ingiustamente marginalizzato da una distribuzione che ha puntato esclusivamente sul suo versante spettacolare e di genere. Il film di David robert Mitchell, invece, ha un rilievo non indifferente e senza mezzi termini costituisce una delle riflessioni più lucide sulle (in)giustificate paure giovanili. Anche qui l’assenza dell’altro, dell’invisibile protagonista che domina la scena diventa (s)materializzazione di incubi quotidiani che restano inspiegabili in quel confine con l’incomprensibile che inquieta destabilizzando le vite.

Quest’anno la nostra rassegna ha un sapore particolare ed è quello di un’altra assenza, purtroppo. Daniela, una nostra amica personale, ma soprattutto del cinema e del circolo, una professionista capace e spesso sottovalutata, una lettrice, una scrittrice appassionata di narrazione e di scrittura, ci ha prematuramente lasciati e nel ricordo dei mille discorsi, magari davanti ad un bicchiere di vino, alle speranze e ai sogni mai realizzati, dedichiamo a lei questa rassegna piena di storie, nella certezza che a lei sarebbe piaciuta.

Tonino De Pace